Francesca non aveva mai parlato della sua storia. Ma dopo la tentata strage di Modena, dove vivono anche la sorella e la mamma, ha deciso che era giusto raccontare. Perché nella vicenda di Salim El Koudri ha intravisto un altro problema. Quello delle famiglie lasciate da sole a gestire un congiunto con patologia psichiatrica. Ma anche per un altra ragione, più urgente: «Mio fratello ha finito di scontare la pena, prima in carcere poi in Rems, e a giorni potrebbe tornare libero. Io sono terrorizzata». Il suo sfogo sulle pagine dl Corriere della Sera, un’intervista che tutta la società civile dovrebbe leggere per informarsi su qualcosa che non conosce e che giudica facilmente.
Le cicatrici che si vedono sul corpo di Francesca sono solo la parte più piccola del suo dolore. Il resto, quello più pesante, resta dove nessuno guarda: dentro casa, dentro la famiglia, dentro una paura che non passa. È il dolore silenzioso di chi vive accanto a una persona con una grave malattia psichiatrica e si scopre, un giorno dopo l’altro, abbandonato dalle istituzioni e giudicato dal resto del mondo.
Francesca racconta un inferno: anni di allarmi lanciati ai servizi, telefonate al Centro di salute mentale, richieste di aiuto inascoltate. Poi, il tentato omicidio da parte del fratello. Ma nella sua storia c’è qualcosa che va oltre il singolo caso: è la fotografia di un sistema che scarica sulle famiglie un carico immenso, chiedendo loro di “stare vicino” a chi è malato mentre le lascia praticamente sole.
Il pudore che chiude le porte
La malattia psichiatrica, ancora oggi, è qualcosa che si nasconde.
Si tace al lavoro, non se ne parla con i vicini, a volte nemmeno con i parenti. Nel racconto di Francesca si sente anche questo: per anni ha tenuto dentro, non ha raccontato pubblicamente la propria storia. Non solo per il trauma, ma per pudore. Per quella vergogna strisciante che accompagna le parole “schizofrenia”, “disturbo psicotico”, “bipolare”.
È un pudore che non chiediamo mai a chi ha un tumore, una cardiopatia, una malattia rara. Ma che sembra naturale quando si tratta di mente, di psiche. Come se la malattia mentale fosse in qualche modo “colpa di qualcuno”: del paziente, della famiglia, dell’educazione. Così il dolore resta dentro le mura di casa, dove nessuno vede davvero cosa succede quando la persona malata urla, minaccia, delira, spaventa e si spaventa.
Lo stigma: quando la sofferenza diventa colpa
A questo pudore si somma lo stigma. La malattia mentale, nell’immaginario comune, è ancora troppo spesso ridotta a due caricature: o il “matto pericoloso” o il “debole di carattere”. Tra questi due estremi, quasi mai si riconosce l’umanità complessa delle persone che soffrono, né la fatica quotidiana di chi vive loro accanto.
Chi convive con un malato psichico lo sa bene: se chiedi aiuto, rischi che ti dicano che esageri; se parli della malattia, senti addosso gli sguardi, il sospetto, la distanza; se racconti gli episodi di violenza o di aggressività, vieni giudicato per non aver fatto abbastanza, o per aver “coperto” troppo a lungo.
La società chiede alle famiglie di essere al tempo stesso caregiver, infermieri, psicologi, mediatori, guardiani. Ma quando qualcosa va storto, la prima cosa che si mette sotto processo, oltre al paziente, è proprio la famiglia: “Perché non ve ne siete accorti? Perché non avete fatto di più?”.
La solitudine delle famiglie
Le parole che tornano nei racconti di tante famiglie sono sempre le stesse: “Non possiamo obbligarlo”, “Deve venire lui spontaneamente”, “Voi siete i familiari, dovete stargli vicino”. Dietro queste frasi, spesso pronunciate da operatori stremati e servizi sottodimensionati, c’è una realtà crudele: chi ha in casa un malato psichico grave vive una responsabilità sproporzionata, senza strumenti adeguati e con pochissimi riferimenti certi.
Le chiamate al Centro di salute mentale, le richieste di ricovero, i Tso ripetuti, le dimissioni affrettate: è un ciclo che molte famiglie conoscono fin troppo bene. Il paziente torna a casa quando è “stabilizzato”, ma la stabilità dura poco, perché mancano: percorsi di cura continuativi e personalizzati; strutture residenziali con assistenza vera, non solo parcheggi sociali; sostegno psicologico e pratico ai familiari; una rete di prossimità che non sia solo sulla carta.
Così l’abbandono istituzionale si somma alla fatica quotidiana e trasforma la casa in un luogo di tensione costante, dove l’amore convive con la paura.
Una sofferenza chiusa nelle case
La dimensione forse più tragica è che queste storie restano quasi sempre invisibili. Le famiglie che vivono con un malato psichico grave: escono meno, per timore di episodi imprevedibili;
non invitano gente a casa; evitano di parlare del problema, per non essere giudicate; vengono viste dal vicinato con pietismo o come “strane”, “problematiche”, da tenere a distanza.
È un’emarginazione sottile, ma reale. La società “normale” non vede, o finge di non vedere. Preferisce liquidare con frasi come “era un tipo tranquillo” o “sembrava a posto”, finché una tragedia irrompe nelle cronache e tutti si chiedono, per qualche giorno, “come sia potuto accadere”. Poi il silenzio torna a coprire tutto.
L’ignoranza che giudica ciò che non conosce
Questa invisibilità alimenta un’ignoranza profonda. Chi non ha mai avuto a che fare con una malattia mentale grave tende a leggere tutto con le categorie della volontà e della morale: “Perché non si controlla?”, “Perché beve?”, “Perché non smette con la droga?”, “Perché non si cura?”. Ma certe patologie non sono un “vizio di testa”: sono malattie complesse, che modificano la percezione della realtà, che cancellano l’insight (la consapevolezza di essere malati), che rendono impossibile, da soli, chiedere aiuto.
Questa ignoranza non è neutra: fa danni.
Perché spinge a colpevolizzare il paziente e la famiglia; giustifica la disattenzione delle istituzioni ; impedisce di costruire consenso sociale su risorse e strutture adeguate; rende più facile chiudere gli occhi finché non succede l’irreparabile.
La società giudica ciò che non conosce, e ciò che non vede perché resta chiuso nelle case non esiste fino al giorno in cui arriva in tribunale o nelle pagine di cronaca nera.
Nelle parole di Francesca al Corriere della Sera c’è un paradosso che molti faticano a comprendere: “Ho paura di mio fratello, ma gli voglio bene e non posso abbandonarlo”. Per chi guarda da fuori, questa frase può sembrare contraddittoria. Per chi vive quella situazione, è la sintesi esatta di un’esistenza intera: amare una persona e, allo stesso tempo, temere ciò che può fare quando la malattia prende il sopravvento.
È un equilibrio emotivo devastante, che logora nel tempo: senso di colpa se si chiede l’internamento o una misura di sicurezza; paura per la propria incolumità e quella degli altri;
impotenza di fronte a una malattia che non si governa con la buona volontà; rabbia verso le istituzioni che non vedono, non ascoltano, non intervengono per tempo.
Questo è il dolore silenzioso delle famiglie: sapere che la persona che ami è malata, che ha bisogno di cure che tu non puoi dare, e sentirti dire che, in fondo, la responsabilità di “stargli vicino” è tua.
Uscire dal silenzio: una questione collettiva, non privata
La scelta di parlare pubblicamente, come ha fatto Francesca, è un atto di coraggio ma anche un atto politico nel senso più profondo: significa dire che la malattia psichiatrica non è un affare privato, ma una questione collettiva. Perché questo dolore smetta di essere solo un sussurro dietro le porte chiuse, servono almeno tre cose: chiamare le malattie psichiatriche con il loro nome, senza pudore né vergogna, come facciamo con ogni altra patologia. Responsabilità pubblica: investire in servizi di salute mentale accessibili, continui, radicati nei territori, con percorsi veri per pazienti e famiglie, non solo risposte burocratiche. Educazione e cultura: parlare di salute mentale a scuola, nei media, nei luoghi di lavoro, per spezzare lo stigma e l’ignoranza che oggi isolano chi soffre.
Dietro ogni caso che finisce in cronaca ci sono, quasi sempre, decine di campanelli d’allarme rimasti inascoltati, famiglie sfinite e un sistema che si è girato dall’altra parte.

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Dare voce al dolore di chi convive con un malato psichico non è un esercizio di compassione, ma un dovere civile: significa ammettere che una società che lascia sole queste famiglie non è solo distratta. È, a sua volta, profondamente malata.
L’appello di Francesca che ha rotto il silenzio: “La malattia psichiatrica è il vero male del secolo. Persone come mio fratello hanno bisogno di strutture di assistenza continua. Le famiglie da sole non ce la fanno”
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