“Il ceto medio italiano si è molto impoverito negli anni. Una povertà che riguarda non solo il reddito ma anche i diritti. Milioni di famiglie che hanno pagato le tasse non hanno ricevuto servizi adeguati. Ci sono liste d’attesa in sanità insostenibili, trasporto pubblico insufficiente, scuola e università sempre più costose. La nostra priorità deve essere la ricostruzione dello stato sociale come fattore di sicurezza economica e libertà individuale. Per tutelare il ceto medio occorre restituire qualità della vita investendo di più nei servizi, nella sanità pubblica, nella casa. Investimenti che vanno indirizzati verso l’economia reale, con salari più alti, lotta al precariato, per una società più equa che faccia crescere economia e coesione sociale nel Paese. In quest’ottica la fuga dei giovani è una emergenza nazionale. Perdiamo competenze e il futuro produttivo dell’Italia. I giovani hanno scarse prospettive di carriera con costi della vita incompatibili con la realtà dei salari e l’autonomia personale. Bisogna cambiare il modello economico con investimenti pubblici e privati”. Lo ha dichiarato Ylenia Zambito segretaria della commissione Lavoro a Palazzo Madama, nel corso del Cnpr forum “Il ceto medio italiano: una risorsa da tutelare” promosso dalla Cassa di previdenza dei ragionieri e degli esperti contabili, presieduta da Luigi Pagliuca.
Critiche arrivano da Carmela Auriemma, parlamentare del M5s nella commissione Affari Costituzionali della Camera dei deputati: “Parliamo della fascia maggiormente colpita dal governo Meloni. Non solo perché non ci sono stati interventi veri di riduzione delle tasse ma solo slogan. Riduzione delle Tasse e immigrazione: due temi sui quali hanno fallito pienamente. Anche gli interventi come la riduzione a tre delle aliquote dell’Irpef e il taglio del cuneo fiscale sono solo briciole di fronte all’inflazione e all’aumento dei prezzi. E’ la fascia che parte dai 40mila euro arrivando fino agli 80mila euro che ha subito la privatizzazione dei servizi pubblici in sanità e nella scuola, vedendosi aumentati i costi a dismisura. In Italia, non ci sono politiche per i giovani, c’è un problema di salari e di inserimento nel mondo del lavoro. Cresce la presenza dei neet tra i giovanissimi e non si vedono misure destinate a contrastare efficacemente questi fenomeni. Bisogna aiutare i giovani nell’acquisto della prima casa, favorire il merito, incentivare le assunzioni. Nulla di tutto questo è stato fatto dal governo. Le risorse dovrebbero essere prese da chi in questi anni ha maturato enormi extra profitti, specie nel settore energetico e bancario, mettendole a disposizione di chi ha più bisogno”.
L’aumento degli stipendi è la priorità per Andrea De Bertoldi, deputato della Lega in commissione Finanze della Camera: “Aumentando salari e stipendi si riesce ad aumentare la redditività del ceto medio. Una risposta ovvia. Peccato che fino a qualche anno fa, tanti tecnici prestati alla politica avessero una ricetta completamente diversa, probabilmente imposta dall’Europa: quella dell’austerity nascosta dietro al concetto di competitività. Si è teorizzato di ridurre i salari per essere più competitivi e mentre i prezzi salivano gli stipendi restavano uguali. Ciò ha creato una diminuzione della domanda interna, che è il vero problema dell’Italia. A pagarlo è proprio il ceto medio che da sempre è stato il settore portante del nostro Paese. Allora bisogna alzare prima di tutto i salari, come ad esempio è avvenuto in Svizzera, per incrementare nuovamente la domanda interna e avere una risposta migliore del nostro Paese nella competitività internazionale. Quando i nostri giovani vanno via dall’Italia registriamo una perdita secca degli investimenti fatti nel loro percorso di studi. Come reagire a questo fenomeno? Aumentando gli stipendi, che è la prima risposta, e poi puntando sulla competitività della permanenza qui da noi”.
Le conclusioni sono state affidate a Paolo Longoni, consigliere dell’Istituto nazionale esperti contabili: “Per alleggerire il peso fiscale sul ceto medio servono interventi strutturali, a partire dalla rimodulazione delle aliquote Irpef. L’accorpamento degli scaglioni può rappresentare un primo passo, ma è fondamentale innalzare la soglia dell’aliquota massima per evitare che redditi non elevati vengano trattati come grandi patrimoni. Oggi il sistema fiscale si regge quasi interamente su una quota ridotta di contribuenti, mentre il fiscal drag continua a erodere il potere d’acquisto attraverso scaglioni troppo bassi e non adeguatamente indicizzati. Per riequilibrare il sistema occorre spostare parte del carico fiscale dai redditi fissi verso il recupero dell’evasione e delle basi imponibili oggi escluse dall’Irpef”.
Stampa questa notizia





