Quando la libertà religiosa diventa alibi per non vedere la subordinazione femminile, lo Stato smette di proteggere le donne e comincia a proteggere chi le controlla.
Il punto non è una stoffa. Il punto è la condizione della donna.
Il burqa, il niqab, la copertura integrale del volto diventano politicamente e civilmente rilevanti non perché esistono come indumenti, ma perché spesso rappresentano qualcosa di molto più profondo: l’idea che il corpo femminile debba essere sorvegliato, nascosto, disciplinato, sottratto allo spazio pubblico perché considerato fonte di tentazione, disordine o vergogna.
È questa la radice del problema.
Non la religione in sé. Non l’Islam in quanto tale. Ma quella cultura patriarcale che, dentro alcune comunità, usa la religione come strumento di controllo sociale. Una cultura nella quale la donna non è pienamente individuo, ma reputazione familiare ambulante. Non soggetto libero, ma confine morale della comunità. Non persona titolare di diritti propri, ma corpo da custodire in nome dell’onore maschile.
Qui sta la violenza più profonda: non sempre servono catene visibili per togliere libertà. A volte bastano educazione, pressione, paura, isolamento, dipendenza economica, controllo familiare, ricatto morale.
Una donna può anche dire di scegliere. Ma una scelta è libera solo se esiste davvero la possibilità opposta.
È libera se può togliere il velo senza essere punita.
È libera se può uscire a volto scoperto senza essere accusata di disonore.
È libera se può studiare, lavorare, amare, lasciare un marito, denunciare un abuso.
È libera se può decidere del proprio corpo senza chiedere autorizzazione al padre, al fratello, al marito o alla comunità.
È libera se il suo destino non viene deciso da uomini che si arrogano il diritto di interpretare Dio al posto suo.
Se questa alternativa non esiste, non siamo davanti a tradizione. Siamo davanti a dominio.
Il paradosso è che il Corano non prescrive espressamente né il burqa né il niqab. I versetti solitamente richiamati parlano di modestia, di copertura del petto, di mantelli. Non impongono la cancellazione del volto. La copertura integrale è il prodotto di interpretazioni successive, spesso più legate a culture patriarcali che a un obbligo religioso testuale.
E allora la domanda diventa brutale: quante donne vengono private della libertà in nome di una prescrizione che nemmeno il testo religioso impone chiaramente?
Ma la responsabilità non è solo di chi impone.
È anche di chi, in Occidente, finge di non vedere.
In Italia esiste una corrente culturale che parla continuamente di autodeterminazione femminile, parità, diritti, emancipazione. Ma davanti alla subordinazione delle donne dentro alcune comunità religiose o immigrate diventa improvvisamente prudente, timida, esitante. Ciò che denuncerebbe con forza se imposto da un uomo italiano, lo tratta come “complessità culturale” quando avviene in nome della tradizione o della religione.
È un femminismo a geometria variabile.
Durissimo quando il patriarcato ha il volto dell’uomo occidentale. Imbarazzato quando il patriarcato parla un’altra lingua, viene da un’altra cultura o si protegge dietro il vocabolario della fede.
E allora non basta coniugare al femminile titoli e cariche istituzionali. Non bastano le panchine rosse. Non bastano le campagne rituali contro la violenza sulle donne. È persino grottesco introdurre un nuovo reato come il “femminicidio” per rafforzare la tutela penale delle donne, se poi la stessa società accetta supinamente che, in Italia, la condizione femminile possa essere compressa, oscurata o soppressa in nome di una presunta ragione religiosa.
Perché il punto non è il lessico. È la libertà.
Non serve chiamare “sindaca” una donna se poi si tollera che un’altra donna non possa mostrare il proprio volto. Non serve dipingere panchine se poi si arretra davanti a comunità nelle quali il corpo femminile resta proprietà morale degli uomini. Non serve dichiararsi contro la violenza di genere se poi si considera “cultura” ciò che, in qualunque altro contesto, verrebbe chiamato controllo patriarcale.
I diritti delle donne non possono dipendere dal contesto etnico, religioso o politico. Una donna oppressa resta una donna oppressa anche quando l’oppressione viene presentata come identità culturale.
Poi c’è lo Stato.
La legge italiana già vieta l’uso, in luogo pubblico o aperto al pubblico, di mezzi idonei a rendere difficoltoso il riconoscimento della persona, salvo giustificato motivo. Ma il problema vero non è solo l’identificazione.
Il problema è la libertà.
Una magistratura che si ferma alla domanda minima — “la donna si è lasciata identificare?” — rischia di perdere la domanda essenziale: “quella donna è davvero libera?”.
Libera di vestirsi diversamente.
Libera di rifiutare l’imposizione familiare.
Libera di vivere secondo la legge dello Stato e non secondo il controllo privato degli uomini della sua comunità.
Perché se una donna può mostrare il volto per pochi secondi davanti a un agente, ma non può vivere a volto scoperto nella propria vita quotidiana, il problema non è risolto. È solo nascosto meglio.
Uno Stato serio non dovrebbe punire la donna. Dovrebbe proteggerla.
Dovrebbe chiedersi chi decide davvero. Dovrebbe distinguere la fede dalla costrizione, la scelta dalla paura, la modestia personale dall’obbedienza imposta. Dovrebbe avere il coraggio di dire che nessuna tradizione, nessuna famiglia, nessuna comunità e nessuna interpretazione religiosa possono valere più della libertà individuale di una donna.
Il burqa, allora, non è il tema finale. È il sintomo.
Il tema è la condizione femminile dentro tutti i sistemi che pretendono di controllare il corpo delle donne: patriarcati religiosi, tribalismi familiari, comunità chiuse, relativismi occidentali e istituzioni incapaci di vedere la subordinazione quando non si presenta con il linguaggio a cui sono abituate.
La libertà religiosa è un diritto fondamentale. Ma non può diventare il paravento della diseguaglianza.
La cultura merita rispetto quando arricchisce la convivenza. Non quando chiede alle donne di pagare il prezzo dell’integrazione con la propria invisibilità.
Una società libera non si misura da quanto tollera il potere degli uomini sulle donne.
Si misura da quanto è disposta a difendere una donna anche quando la sua oppressione viene chiamata tradizione.
Perché la tolleranza, quando smette di proteggere le donne per non disturbare chi le controlla, non è più tolleranza.
È complicità.
E in Italia i complici sono troppi.
Mds
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