«Dalla Regione è arrivata la risposta ad una nostra richiesta di accesso agli atti riguardante lo stato di attivazione delle Case di comunità in Veneto. Una fotografia fresca, al 28 febbraio 2026, che disegna un quadro desolante, al quale si aggiunge ora il caos dello stop alla riforma Schillaci che teoricamente doveva risolvere il problema della dotazione del personale».
Lo dicono le consigliere regionali del Pd, Anna Maria Bigon (firmataria della richiesta di accesso agli atti, Consigliere Segretario e componente della commissione Sanità), assieme a Chiara Luisetto (vicepresidente della commissione Sanità) e Monica Sambo (componente della Quinta commissione).
«Parliamo di dati ufficiali della Regione, secondo i quali in Veneto risultano attive 71 Case della Comunità sulle 101 previste, di cui 69 hub e 2 spoke. Ma lo stesso report che ci è pervenuto evidenzia come la presenza del personale sia ancora gravemente insufficiente: appena il 10% per il personale medico e il 27% per quello infermieristico nelle strutture considerate attive. Questo significa che servizi fondamentali come la presa in carico della cronicità, gli interventi per i codici bianchi, la specialistica ambulatoriale, l’integrazione sociosanitaria e la prossimità delle cure, nella maggior parte dei casi non sono realmente garantiti».
Le esponenti dem evidenziano forti contraddizioni «da un lato la Regione dice che per definire una Casa di comunità “attiva” è sufficiente l’erogazione anche di un solo servizio tra i molti previsti. Mentre, nei mesi scorsi, in sede di commissione è stato ammesso dai vertici della sanità che le Case completamente attive sono appena tre. Risulta evidente che non basta dichiarare attiva una struttura se poi i servizi previsti dal Decreto ministeriale non sono concretamente disponibili. Il rischio che si riconferma e che da tempo denunciamo è quello di creare delle scatole vuote, senza personale e senza una reale risposta ai molteplici bisogni dei cittadini».
Bigon, Luisetto e Sambo aggiungono quindi un altro dato: «i lavori risultano conclusi solo in 48 strutture su 101, anche se quelle dichiarate attive sono 71. Delle due l’una: o si attivano mentre i cantieri sono ancora aperti, oppure i servizi effettivamente presenti sono talmente ridotti da non interferire nemmeno con i lavori in corso. La sanità territoriale si costruisce investendo sul personale, sull’organizzazione dei servizi e sulla reale accessibilità delle cure. I cittadini veneti hanno diritto a strutture funzionanti e complete, non a numeri utili solo alla propaganda».
Comunicato Stampa
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