a cura di Gianluca Nicoletti
Alla base dell’omicidio suicidio che ha visto sterminata una famiglia con una bambina disabile ci sarebbe l’illusione per una “cura sperimentale”, non validata dalle evidenze scientifiche. Nella speranza di curare loro bambina, con grave patologia cerebrale, quei genitori hanno speso ogni loro risorsa per portarla in Messico, da un medico che applica un protocollo non riconosciuto.
UNA FAMIGLIA STERMINATA CON UNA FIGLIA DISABILE
Si ribadisce ancora una volta la diffusa carenza istituzionale di un’ informazione clinico scientifica corretta verso delle famiglie che gestiscono gravi casi di disabilità psichica e relazionale. Come non fossero bastati i casi di famiglie rovinate e criminosamente illuse ad affidarsi a medici-santoni, che li convincevano ad andare in Ucraina per trattamenti con cellule staminali che avrebbero guarito l’autismo (ne testimonio nel mio film “Tommy e gli altri), per non parlare delle diete folli per vendere integratori costosissimi, dei trattamenti omeopatici, della camera iperbarica (ancora in aree del meridione d’ Italia organizzano dei pullman per portare bambini autistici nelle camere iperbariche), delle chelazioni, fino alle cure a base di candeggina. Sullo stesso piano metterei anche tutta la trafila poi dei cultori della psicodinamica applicata all’autismo, che ancora parlano di padre forcluso e madre frigorifero, dei millantatori della scrittura facilitata che ancora imperversano con successo, degli antivaccinisti oramai tollerati e sostenuti istituzionalmente.
In questo caso parliamo di un medico messicano che usa un dispositivo non autorizzato per terapie legate al cervello. In Italia l’illusione della “cura miracolosa” si sta diffondendo grazie a un film, che ribadisce l’antica tesi del genio della medicina che però è osteggiato dalla scienza ufficiale.
La ricerca della cura miracolosa
Nella solitudine dei mesi successivi alla diagnosi di Bianca, Luca Abbasciano e Valentina Pambianco avevano iniziato a cercare in Rete contatti con altri genitori di bambini affetti da patologie gravi. È così che sono entrati in contatto con il neuroscienziato José Roberto Trujillo, fondatore della clinica NeuroCytonix di Monterrey, che promuove un dispositivo chiamato Cytotron (o Neurocytotron), basato su onde a radiofrequenza e campi elettromagnetici, presentato come trattamento per alcune patologie neurologiche considerate incurabili, tra cui la paralisi cerebrale di cui era affetta Bianca,
I viaggi e i costi
Per la coppia quella terapia sperimentale è diventata “l’ultima speranza” dopo una diagnosi durissima. Hanno effettuato almeno tre viaggi a Monterrey (secondo alcuni vicini forse quattro), ciascuno con un costo vicino ai 100mila euro, per una spesa complessiva stimata attorno ai 300mila euro, praticamente tutti i loro risparmi. Una testimone che aveva conosciuto la coppia durante questo percorso, Feliciana Manna, ha raccontato al Messaggero che ogni ciclo di un mese costava circa 70mila euro, escluso soggiorno, e che “Luca e Valentina volevano contare sulle loro forze”, utilizzando i propri risparmi e alcuni aiuti da parenti.
Il crollo dopo il rientro a Roma
Durante l’ultimo viaggio i genitori avrebbero intravisto un miglioramento nelle condizioni di Bianca, ma una volta tornarono a Roma la bambina sarebbe nuovamente peggiorata. A quel punto i soldi per un nuovo ciclo di cura non c’erano più, e per la coppia è diventato impossibile sostenere economicamente un altro viaggio. Nelle lettere d’addio lasciate ai parenti compare la frase, riportata da più testate: “Non ce la facciamo più. Non abbiamo più soldi per curare Bianca”.
Il medico la clinica e il trattamento
Il Cytotron, un dispositivo che utilizza una complessa tecnologia a risonanza magnetica per inviare frequenze controllate ai tessuti e al cervello è una terapia che in Italia non è autorizzata (il Ministero non riconosce infatti evidenze scientifiche al dispositivo).
Il medico messicano Josè Roberto Trujillo, laureato in neuroscienze e virologia molecolare ad Harward che in Rete, referendosi alle terapie con il Cytotron, parla di “curare l’incurabile” e racconta “non sono io che ho scelto la medicina, ma è la medicina che ha scelto me”, si dice ora “profondamente addolorato” per il tragico epilogo. “Ho saputo tramite la mia interprete della tragedia che ha colpito la famiglia di Roma”, le parole di Trujillo sul Messaggero, “Mi ricordo della bambina e dei suoi genitori. Se avessi saputo dei loro problemi economici avremmo trovato insieme un modo per affrontare i costi della terapia”.
NeuroCytonix Mexico si trova a Calzada San Pedro. Il trattamento proposto si chiama Neurocytotron, ed è una versione “rimarchiata” di un dispositivo, il Cytotron, sviluppato originariamente in India dal fisico Rajah Vijay Kumar, che usa risonanza magnetica quantica rotazionale e onde a radiofrequenza. In India il Cytotron è impiegato contro tumori solidi e artrosi; Trujillo l’ha adattato e proposto per paralisi cerebrale infantile, autismo e altri danni neurologici.
Cosa dice la Comunità scientifica
- Il trattamento non ha approvazione della FDA statunitense né dell’EMA europea per uso neurologico.
- L’unico trial registrato su ClinicalTrials.gov (sulla sclerosi multipla) è di fase 2, a gruppo singolo, non randomizzato, non in cieco, e resta in stato “sconosciuto”; uno studio sulla versione neurologica è stato ritirato nel 2021 per motivi etici.
- Il portale scientifico Science-Based Medicine definisce le rivendicazioni “altamente implausibili”, segnalando che NeuroCytonix dichiara uno studio clinico sulla paralisi cerebrale del 2023 senza risultati mai pubblicati su riviste indicizzate.
- La Sociedad Mexicana de Neurología Pediátrica e l’Hospital Infantil de México hanno diffuso comunicazioni di allerta, segnalando che il Cytotron manca di validazione scientifica indipendente e può generare false speranze; l’ospedale pediatrico Gómez ne ha interrotto l’uso dal 2021.
- L’autorità messicana Cofepris ha riconosciuto solo dati di sicurezza per lo studio specifico, non un’approvazione generale del dispositivo.
Contatti e diffusione in Italia
In Italia il Cytotron (la versione originale del dispositivo indiano, non il “Neurocytotron” di Trujillo per patologie neurologiche) è distribuito legalmente ma autorizzato esclusivamente per protocolli oncologici, non per la paralisi cerebrale infantile, la stessa tecnologia applicata a scopi neurologici resta non riconosciuta nel nostro paese. Il riferimento italiano per il Cytotron in ambito oncologico risulta essere Neuranix, con sedi a Gardigiano di Scorzè (VE), Palmanova (UD) e Napoli.
Tutto nasce da un film
Il caso di Pietralata non è isolato: altre famiglie italiane, per esempio da Napoli e da Avigliano (Potenza, hanno raccontato di abbracciare rivolte alla stessa clinica di Monterrey per figli con paralisi cerebrale, spesso dopo aver visto il film “Los dos hemisferios de Lucca”, con costi analoghi attorno ai 55-70mila euro a ciclo di 28 giorni. La famiglia che sta seguendo la cura in Messico ha lanciato un appello al ministro della Salute Schillaci e all’Aifa perché la tecnologia Cytotron venga presa in considerazione anche nel nostro Paese.
Per molte famiglie probabilmente il rincorrere alla speranza di guarigione con un dispositivo, che la scienza giudica inefficace, nasce dalla visione di questo film, in Italia distribuito da Netflix con il titolo “Due emisferi“. Il film del 2025 è stato prodotto in Messico e tratto dall’omonimo romanzo della giornalista messicana Barbara Anderson, è ispirato alla sua storia familiare. Determinata ad aiutare suo figlio disabile, affetto da paralisi cerebrale per un problema dovuto al parto, la giornalista ha portato la sua famiglia in India per provare una cura sperimentale, della cui efficacia si convince. Farà sua poi la battaglia per tentare di far riconoscere la cura anche in Messico.
Alla luce di quanto tragicamente accaduto la visione del trailer del film suona come uno spot per la cura miracolosa, facilmente fraintendibile da chi gestisce la sofferenza di casi simili a quello rappresentato nella pellicola messicana.
Chi è Gianluca Nicoletti
Giornalista, scrittore e conduttore radiofonico, Gianluca Nicoletti è da anni una delle voci più riconoscibili del panorama italiano. Una carriera costruita tra radio, giornali e libri, ma anche un percorso personale che lo ha portato a impegnarsi sempre più sul tema dell’autismo e della neurodiversità.
Nicoletti ha iniziato la sua esperienza nel mondo della radio negli anni Ottanta, approdando successivamente alla Rai. Il grande pubblico lo ha conosciuto soprattutto attraverso Golem, trasmissione dedicata alla televisione, ai media e alla società, che ha condotto su Radio2 dal 1993 al 2004. Dal 2005 è una delle voci di Radio 24, dove conduce Melog, programma nel quale affronta temi di attualità, costume e società con uno stile diretto e spesso provocatorio.
Parallelamente all’attività radiofonica, Nicoletti ha sviluppato una significativa produzione editoriale. Nei suoi libri ha raccontato anche aspetti molto personali della propria vita, a partire dal rapporto con il figlio Tommy, autistico. Un’esperienza familiare che nel tempo è diventata anche una forma di impegno pubblico.
Da questa esperienza è nato un lavoro di sensibilizzazione sui diritti e sulla vita delle persone autistiche e delle loro famiglie. Nicoletti è infatti tra i promotori della realtà Cervelli Ribelli, progetto nato con l’obiettivo di modificare la percezione sociale della neurodiversità e di creare opportunità concrete per le persone con disturbi dello spettro autistico.
Nel 2016 ha portato sul grande schermo il documentario Tommy e gli altri, dedicato alla condizione degli adulti autistici e delle loro famiglie. Il film ha contribuito a portare all’attenzione del pubblico una realtà spesso poco conosciuta, concentrandosi in particolare sul problema del “dopo di noi”, ovvero sul futuro delle persone autistiche quando vengono meno i genitori o i familiari che se ne sono presi cura.
Nel 2018 Nicoletti ha inoltre raccontato pubblicamente di aver ricevuto una diagnosi di sindrome di Asperger. Una rivelazione che ha aggiunto un ulteriore elemento al suo percorso personale e professionale, portandolo a riflettere sul rapporto tra identità, neurodiversità e società.
Oggi il suo nome è quindi legato a due percorsi che si sono progressivamente intrecciati: da una parte quello del giornalista e comunicatore, costruito in decenni di radio e scrittura; dall’altra quello dell’attivista e divulgatore impegnato a dare voce alle persone autistiche e alle loro famiglie.
Una figura che ha fatto della propria esperienza personale non soltanto un racconto autobiografico, ma anche uno strumento per interrogare la società su inclusione, diversità e diritti.
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