A Venezia il tema di favorire un’accoglienza equilibrata degli alunni di origine migratoria, sostenere l’apprendimento dell’italiano e prevenire la concentrazione eccessiva in alcune scuole, lo si affronta già dal 2018: a quell’anno, infatti, risale un protocollo tra Comune, Prefettura, Regione e Ufficio scolastico regionale che individuava come riferimento il 30% di alunni di origine migratoria per classe, con le deroghe previste dalla normativa e con una fase iniziale più flessibile. Lo ricorda Laura Besio, consigliere regionale di Fratelli d’Italia, dopo gli annunci del presidente del Consiglio Meloni, alla festa di Gioventù Nazionale, sulla necessità di evitare la concentrazione degli stranieri nelle classi, e di un provvedimento su un numero massimo di studenti, insieme all’obbligo per alcuni genitori di apprendere l’italiano.

L’esperienza di Venezia, sottolinea Besio, “ci dice una cosa molto concreta: le regole da sole non bastano. Nel corso degli anni non sono mancate difficoltà applicative e organizzative che conosco bene essendo stata assessore alle Politiche educative. Ed è proprio su questo che dobbiamo lavorare, perché un principio condivisibile sulla carta deve diventare una possibilità concreta per le scuole, per gli insegnanti e soprattutto per i ragazzi”. E riprendendo il filo dal protocollo del 2018 “oggi possiamo fare un passo ulteriore: verificare cosa ha funzionato, superare le difficoltà che ne hanno limitato l’applicazione e costruire strumenti realmente operativi. Non vogliamo classi separate, vogliamo classi integrate. Non vogliamo cancellare le differenze, vogliamo impedire che le differenze diventino separazione. Ma se vogliamo tutto ciò dobbiamo mettere le istituzioni nelle condizioni di distribuire gli alunni in maniera equilibrata”, avvisa.

Sul tema dei numeri minimi per formare le classi, “stiamo lavorando assieme all’assessore regionale Valeria Mantovan: se vogliamo una distribuzione più equilibrata degli studenti, dobbiamo avere strumenti organizzativi che la rendano concretamente possibile, soprattutto nei territori dove la composizione demografica è profondamente cambiata”, dice Besio. È un tema, prosegue, “che riguarda prima di tutto la capacità dello Stato di costruire una vera integrazione. A cui si collega il divieto di burqa e hijab. A scuola proprio in questi giorni si fa un gran parlare delle circolari con cui alcuni dirigenti scolastici richiamano gli studenti al corretto abbigliamento e al rispetto delle regole durante le lezioni. E fanno bene: la scuola merita rispetto, così come lo meritano gli insegnanti e gli stessi compagni. Vale per un abbigliamento non consono, così come per i cappucci indossati durante le lezioni, che impediscono anche una relazione corretta e riconoscibile all’interno della classe. Credo però che dobbiamo avere la stessa chiarezza e la stessa fermezza quando ci troviamo di fronte ad altre forme di copertura del volto”.
Secondo la meloniana, “non possiamo chiedere ai dirigenti scolastici di affrontare da soli questioni che hanno una evidente dimensione educativa, culturale e, in alcuni casi, anche di sicurezza. Servono indicazioni chiare e un quadro uniforme, che dia ai dirigenti strumenti certi per intervenire e alle famiglie regole comprensibili e uguali per tutti”.

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