Una richiesta di risarcimento da 5mila euro per alcuni commenti ritenuti offensivi pubblicati sui social contro il giornalista Sigfrido Ranucci. È quanto si è visto recapitare un operaio di 45 anni residente a Oderzo, finito al centro di una vicenda che potrebbe ora trovare una soluzione attraverso il dialogo. A interessarsi al caso è stato Stefano Dall’Agata, operaio, attivista e portavoce provinciale di Alleanza Verdi-Sinistra, che si è proposto come intermediario tra il 45enne, Ranucci e il suo team legale. L’obiettivo è verificare la possibilità di arrivare a una composizione della vicenda, evitando che si proceda con la richiesta economica. Dall’Agata ha lanciato un appello attraverso Facebook: «La persona che ha ricevuto la richiesta di risarcimento da Ranucci può cortesemente mettersi in contatto con me? Probabilmente possiamo fermare la querela».

Tra le ipotesi prospettate ci sarebbe quella di una soluzione conciliativa, eventualmente attraverso delle scuse formali, che permetta di chiudere la questione senza il pagamento dei 5mila euro. Secondo quanto appreso, l’operaio verserebbe inoltre in condizioni economiche difficili, circostanza che renderebbe particolarmente pesante una richiesta di tale entità.

C’è una domanda  però che dovremmo porci tutti: perché, quando non siamo d’accordo con qualcuno, sentiamo il bisogno di insultarlo, denigrarlo o attaccarlo sul piano personale?

La vicenda dell’operaio 45enne di Oderzo, destinatario di una richiesta di risarcimento di 5mila euro per alcuni commenti pubblicati sui social contro Sigfrido Ranucci, dovrebbe far riflettere ben oltre il caso specifico. È comprensibile che una somma del genere possa rappresentare un peso considerevole per chi vive del proprio stipendio, soprattutto se si trova già in difficoltà economiche. Ed è giusto che si cerchino, laddove possibile, soluzioni che evitino conseguenze sproporzionate. Ma c’è un principio che non possiamo ignorare: nessuno è obbligato a offendere per esprimere il proprio dissenso.

Oggi abbiamo a disposizione un vocabolario sterminato, strumenti di comunicazione immediati e infinite possibilità per manifestare critiche, antipatie, disaccordo e persino indignazione. Possiamo contestare il lavoro di un giornalista, mettere in discussione le sue inchieste, criticare le sue posizioni e dichiarare apertamente di non condividerle. Possiamo farlo con parole dure, con ironia, con sarcasmo e anche con toni molto polemici.

Ma perché arrivare all’insulto personale? Perché trasformare una critica in un’offesa, fino a sconfinare nella diffamazione?

La libertà di espressione è un diritto fondamentale, ma comporta anche responsabilità. Non significa poter scrivere qualsiasi cosa su chiunque, pensando che la tastiera e la distanza fisica proteggano da ogni conseguenza. I social non sono una zona franca e un profilo Facebook non è un luogo in cui tutto diventa automaticamente lecito.

Il punto non è difendere Ranucci perché è un giornalista conosciuto, né schierarsi dalla parte di chi ha avanzato la richiesta di risarcimento. Il punto è difendere un modo civile di confrontarsi, nel quale le idee si combattono con altre idee e non attraverso la denigrazione delle persone.

L’auspicio è che la vicenda possa trovare una soluzione ragionevole, anche attraverso il dialogo e le eventuali scuse, come ipotizzato da Stefano Dall’Agata. Ma questa storia dovrebbe lasciare soprattutto una lezione: prima di pubblicare un commento, bisognerebbe chiedersi non soltanto se abbiamo il diritto di criticare, ma anche come scegliamo di farlo.

Perché criticare è legittimo. Non condividere è legittimo. Essere duramente contrari è legittimo. Offendere e diffamare, invece, è un’altra cosa.

E nessuna antipatia, nessuna divergenza politica e nessuna convinzione personale giustifica il passaggio dal dissenso all’insulto.

N.B.

 

Ti è piaciuto questo articolo? Condividilo su:
Stampa questa notizia