“Quasi due milioni di studenti in meno nel 2040 rispetto a oggi. Che, a regole invariate, potrebbero volere dire circa 95.000 classi e 166.000 docenti in meno”. Sono, in massima sintesi, i dati drammatici dell’effetto del declino della popolazione italiana sul sistema d’istruzione nazionale, così come emergono da un nuovo esercizio previsivo della Fondazione Agnelli a partire dai dati Istat per il 2025. Sull’impatto del declino della popolazione sul sistema d’istruzione italiano, già nel 2018 la Fondazione Agnelli aveva lanciato un primo allarme. “In questi anni, tuttavia, le tendenze demografiche che allora potevano essere definite ‘preoccupanti’ sono andate aggravandosi, diventando drammatiche in sé e per le conseguenze che potranno avere sugli equilibri e sulla sostenibilità dell’intero sistema d’istruzione nazionale”, scrive ancora la Fondazione Agnelli. Dal 2025 al 2040: il quadro 0-18. “Sul totale 0-18 anni la riduzione nazionale rispetto al 2025 è del 9% al 2030 (da 9.357.000 a 8.485.000, dunque, – 872.000), il 17% al 2035 (da 9.357.000 a 7.781.000, dunque, – 1.576.000) e il 21% al 2040 (da 9.357.000 a 7.382.000, dunque. – 1.975.000). In altre parole, in neppure 15 anni ci saranno quasi due milioni di studenti in meno. Le differenze tra le fasce d’età, però, sono notevoli: gli 0-2 anni mostrano il profilo più stabile, perché dopo una flessione vicina al 7% al 2030-2035, al 2040 il calo si riduce a circa il 6%. Anche i 3-5 anni tendono a stabilizzarsi intorno al 12-13%. Per la primaria il calo passa invece da circa il 12% al 2030 a oltre il 20% al 2035 e al 22% nel 2040. Le medie arrivano a circa il 21% nel 2035 e al 28% nel 2040. Le superiori hanno un profilo più ritardato: la riduzione è intorno al 7% nel 2030, ma sale al 17% nel 2035 e a circa il 27% nel 2040. Questo andamento riflette il fatto che le coorti di nati più ridotte, che oggi interessano soprattutto le età più basse, entreranno negli anni successivi nella scuola primaria e poi scuola secondaria, spostando progressivamente il calo verso i cicli successivi. Per questo è importante ragionare per ciclo, non solo sul totale”, afferma la Fondazione Agnelli nel suo studio previsionale.

Tra il 2018 e il 2025 la fascia 3-5 anni “si riduce di circa il 16%, la primaria del 13% e le medie di circa il 6%; i 14-18 anni restano invece sostanzialmente stabili, con una variazione positiva di circa l’1%. Questo non significa che la parte principale del calo sia già alle spalle- spiega la Fondazione Agnelli nel suo report- piuttosto che il fenomeno entra nei diversi cicli in momenti diversi”. Guardando avanti, il profilo cambia gradualmente: “Al 2030 le riduzioni sono ancora relativamente distribuite tra i cicli; al 2035 diventano più marcate nella primaria e nelle medie; al 2040 sono soprattutto le secondarie di I e II grado a registrare le contrazioni più forti. In altre parole, la stessa onda demografica che oggi vediamo nelle età più basse si sposta progressivamente verso i cicli successivi”. Sul totale 3-18 la nuova stima per il 2030 è più bassa di circa il 4%. “La correzione è molto più forte per i 3-5 anni, dove la nuova previsione è inferiore di circa il 18%, e più contenuta per la primaria, intorno al 7%. Per medie e superiori, invece, la nuova previsione è leggermente più alta, rispettivamente di circa il 3% e l’1%. Non soltanto lo scenario è diventato più negativo, ma è cambiata la distribuzione del calo tra le coorti”. Il divario territoriale cresce con l’orizzonte di previsione. “Sul totale 0-18, al 2030 le differenze tra aree sono ancora relativamente contenute: Nord-Ovest e Nord-Est si collocano intorno all’8% di riduzione, mentre Centro e Mezzogiorno sono intorno al 10-11%. Al 2035 il distacco aumenta: il Nord è intorno al 13-14%, il Centro al 19% e il Mezzogiorno al 20%. Nel 2040 il quadro si polarizza ulteriormente, con una riduzione di circa il 15% nel Nord-Ovest, il 16% nel Nord-Est, il 23% nel Centro e il 27% nel Mezzogiorno”.

A livello regionale il quadro è ancora più differenziato. “Al 2040 la Liguria, che da tempo è la regione più vecchia e dove quindi il declino è iniziato prima, è quella con la riduzione più contenuta del totale 0-18, intorno al 10%. Trentino-Alto Adige, Piemonte, Lombardia, Friuli-Venezia Giulia ed Emilia-Romagna si collocano in una fascia di riduzione compresa grosso modo tra il 15% e il 16%. All’estremo opposto, Sardegna e Basilicata superano il 30% di calo; Puglia e Molise sono poco sotto questa soglia”. Passando ad osservare gli effetti del calo demografico sul numero di classi e di insegnanti, la simulazione della Fondazione Agnelli mantiene fissi gli attuali rapporti studenti/classe e docenti/classe. “Nell’infanzia classi e docenti si ridurrebbero di circa l’11% al 2030, il 13% al 2035 e il 12% al 2040. Nella primaria il calo passerebbe dal 12% al 2030 a circa il 21% al 2035 e il 22% al 2040. Nelle medie la riduzione sarebbe del 10%, poi del 21% e infine del 28%. Alle superiori il profilo è più ritardato: circa il 7% al 2030, il 17% al 2035 e il 27% al 2040. Sul totale dei cicli 3-18, la riduzione potenziale delle classi sarebbe di circa il 10% nel 2030 (da 409.522 a 369.226 classi, dunque, – 40.296), il 18% nel 2035 (da 409.522 a 334.494, dunque, – 75.028) e il 23% nel 2040 (da 409.522 a 314.823, dunque, – 94.699); per i docenti, mantenendo costante il rapporto docenti/classi per ciascun grado, la riduzione sarebbe di circa 70 mila unità al 2030 (da 721.328 a 650.939, dunque -70.389; -9,8%), 131 mila al 2035 (590.266, dunque -131.062; -18,2%) e 166 mila al 2040 (554.915, dunque -166.413; -23,1%)”. Al livello geografico nel 2030 nel Nord-Ovest e Nord-Est parliamo del “9% di riduzione di classi e docenti, mentre nel Centro e Mezzogiorno tra il 10% e l’11%. Nel 2035 il Nord arriva a circa il 16%, contro circa il 20% nel Mezzogiorno e il 20-21% nel Centro. Nel 2040 la distanza si amplia ancora: Nord-Ovest e Nord-Est sono intorno al 18- 19%, il Centro a circa il 25-26% e il Mezzogiorno a circa il 28%”.

“Queste percentuali non vanno lette come tagli inevitabili. Al contrario- sottolinea la Fondazione Agnelli- indicano il margine che il calo demografico potrebbe aprire per opzioni di politiche dell’istruzione diverse, ma che non necessariamente si escludono a vicenda. Fra queste, il rafforzamento del tempo scuola e la scuola del pomeriggio (soprattutto alle medie), il rafforzamento del sostegno, una maggiore stabilità degli organici, classi meno numerose e interventi mirati nelle aree a più forte rischio di povertà educativa. E, più in generale, potrebbe suggerire una riallocazione delle risorse che lo stesso declino potrà fare risparmiare fra i vari gradi dell’istruzione: ad esempio, per l’università, dove sono necessari più laureati; ma anche per gli asilo nido, che in Italia vedono una partecipazione dei bimbi più piccoli (0-2) ancora modeste. Sono le scelte che la politica sarà chiamata a fare a breve, alla luce del drammatico calo”.

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