Oggi il Veneto è una delle regioni italiane con i migliori livelli di assistenza sanitaria. Eppure è proprio qui che arriva uno degli allarmi più preoccupanti per il futuro del Servizio sanitario pubblico. Secondo l’elaborazione della UIL FP Veneto sui dati regionali, a fronte di un organico previsto di circa 27.000 infermieri, oggi ne mancano 3.500. Un deficit già pesante, destinato però a trasformarsi in una vera emergenza: senza interventi strutturali, nel giro di dieci anni la carenza potrebbe raggiungere 20.000 professionisti.

Una previsione che tiene conto non soltanto dei pensionamenti, ma anche di un fenomeno sempre più evidente: gli infermieri che decidono di lasciare la professione. Solo nel 2024, in Veneto, si sono registrati 850 abbandoni, un dato che fotografa una professione in crescente sofferenza.

Non è più solo una questione di numeri

La fotografia del Veneto racconta molto più di una semplice difficoltà nel reperire personale. Racconta il progressivo venir meno dell’attrattività di una professione fondamentale per la tenuta della sanità pubblica. Per anni il problema è stato attribuito quasi esclusivamente ai pensionamenti di una generazione di infermieri arrivata al termine della carriera. Oggi questa spiegazione non basta più. A mancare non sono soltanto i professionisti che escono dal sistema, ma soprattutto quelli che dovrebbero entrarvi. Le università registrano un calo delle iscrizioni ai corsi di laurea in Infermieristica, mentre molti neolaureati scelgono di lavorare all’estero o nel settore privato, dove spesso trovano condizioni economiche e organizzative più favorevoli. Altri, dopo pochi anni, cambiano completamente mestiere. È il segnale di una professione che fatica sempre più a trasmettere quella vocazione che per decenni ne ha rappresentato la forza.

Una professione bellissima che i giovani non scelgono più

Ed è proprio qui che si concentra la riflessione della Uil FP Veneto. Secondo il sindacato, non basta aumentare il numero dei posti universitari: bisogna rendere nuovamente desiderabile il mestiere dell’infermiere.

Paradossalmente, mentre uno specializzando in Medicina inizia a percepire una retribuzione durante il percorso formativo, gli studenti di Infermieristica affrontano anni di studio e di tirocinio senza alcun sostegno economico comparabile. Una disparità che pesa sulle scelte dei giovani.

La Regione Veneto ha recentemente introdotto voucher fino a 1.000 euro annui per sostenere gli studenti dei corsi di laurea in Infermieristica, un primo segnale positivo che il sindacato considera importante, ma insufficiente se non accompagnato da interventi strutturali sulla professione.

Perché gli infermieri se ne vanno

Il problema, infatti, non nasce all’università ma continua negli ospedali. Turni notturni sempre più frequenti, carichi assistenziali elevati, responsabilità crescenti, aggressioni nei confronti del personale sanitario, difficoltà nella conciliazione tra lavoro e vita privata e stipendi giudicati non adeguati rappresentano alcune delle principali cause che alimentano le dimissioni volontarie. Ogni infermiere che lascia il servizio aumenta il lavoro dei colleghi rimasti. E maggiore è il carico di lavoro, maggiore diventa il rischio che altri decidano di andarsene, innescando un circolo vizioso che si autoalimenta.

Una crisi che riguarda tutta l’Italia

Quello che accade in Veneto è soltanto la manifestazione più evidente di un problema nazionale. Da anni le organizzazioni professionali e sindacali denunciano una cronica insufficienza di infermieri rispetto ai fabbisogni del Servizio sanitario nazionale. La situazione è aggravata dall’invecchiamento della popolazione, dall’aumento delle patologie croniche e dalla necessità di sviluppare la sanità territoriale prevista dal Pnrr.

Case della Comunità, ospedali di comunità, assistenza domiciliare e medicina di prossimità rappresentano il futuro dell’assistenza. Ma senza infermieri rischiano di restare strutture prive del personale necessario per funzionare. Non a caso anche il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, in occasione della Giornata internazionale dell’Infermiere, ha definito la carenza di personale un tema “che non appare eludibile”, richiamando la necessità di evitare la fuga dei giovani professionisti verso Paesi che offrono migliori condizioni economiche e professionali

Serve un nuovo patto con i giovani

Pensare di risolvere il problema esclusivamente aumentando i posti nelle università sarebbe un errore.

Occorre innanzitutto restituire dignità e prospettive alla professione. Ciò significa investire nelle retribuzioni, nella valorizzazione delle competenze specialistiche, nei percorsi di carriera, nella sicurezza degli ambienti di lavoro e nel benessere organizzativo. Ma serve anche un cambiamento culturale. Negli ultimi anni l’immagine dell’infermiere è stata troppo spesso associata soltanto ai sacrifici, ai turni massacranti e alle difficoltà quotidiane. Tutto vero. Ma è soltanto una parte della storia.

L’infermiere è il professionista che accompagna il paziente lungo tutto il percorso di cura, coordina l’assistenza, utilizza tecnologie avanzate, svolge attività clinica, educativa e relazionale. È una professione altamente qualificata che richiede competenze scientifiche, capacità decisionali e una profonda dimensione umana. È questo il messaggio che oggi fatica ad arrivare ai ragazzi chiamati a scegliere il proprio futuro. La carenza di infermieri non è un problema di categoria. Ogni posto vacante significa meno assistenza ai pazienti, tempi di attesa più lunghi, maggiore pressione sui pronto soccorso e qualità delle cure più difficile da garantire.

Per questo l’allarme lanciato dal Veneto va ben oltre i confini regionali. Se oggi mancano 3.500 infermieri e domani potrebbero diventarne 20.000, non è soltanto una questione occupazionale. È il segnale che il Servizio sanitario nazionale sta perdendo una delle sue risorse più preziose. Invertire questa tendenza richiederà risorse economiche, migliori condizioni di lavoro e una nuova capacità di raccontare ai giovani che quella dell’infermiere non è soltanto una professione indispensabile: è uno dei mestieri con il più alto valore sociale che una persona possa scegliere.

Parte in Veneto la sperimentazione per l’arrivo di infermieri stranieri

Partirà dall’Ulss 1 Dolomiti di Belluno la prima sperimentazione veneta per il reclutamento, inserimento e formazione di infermieri provenienti dall’estero.

L’iniziativa è stata presentata oggi a Belluno, alla presenza dell’Assessore regionale alla Sanità Gino Gerosa. Oltre alla Regione del Veneto, alla Prefettura e all’Ulss Dolomiti, hanno partecipato i rappresentanti degli Enti Locali, dell’Università di Padova, dell’Ordine degli infermieri, BIM, ATER e Associazione Bellunesi nel mondo. Si svolgerà applicando i criteri sperimentali approvati con la delibera regionale nr 3 del 10 aprile 2026, relativamente al reclutamento, inserimento, integrazione e formazione di infermieri provenienti dall’estero.

In questa prima fase, gli approfondimenti potranno riguardare in particolare il Brasile meridionale e l’Argentina, Paesi dove è forte la presenza di comunità venete e bellunesi e di reti associative e istituzionali potenzialmente utili allo sviluppo dell’iniziativa, ma tale indicazione non determina una scelta definitiva o esclusiva.

“La scelta di Belluno come area di partenza della sperimentazione non è casuale – fa notare Gerosa – perché abbiamo tenuto conto della presenza nel territorio di una rete istituzionale e formativa e associativa molto favorevole allo sviluppo del progetto, del legame storico con le comunità dell’emigrazione veneta e bellunese all’estero, della presenza della sede di Feltre del Corso di Laurea in Infermieristica dell’università di Padova e delle progettualità territoriali già attive in materia di residenzialità e accoglienza. L’ampia presenza istituzionale di oggi dimostra che è la scelta giusta, perché per la buona riuscita dell’iniziativa sarà necessario il coinvolgimento coordinato dei soggetti istituzionali territoriali, formativi, professionali e associativi come la Prefettura, l’Ulss Dolomiti, l’Università di Padova, gli Enti Locali, l’Ordine delle Professioni Infermieristiche di Belluno e le reti associative del territorio”.

Il Progetto potrà essere sviluppato attraverso due canali: il primo è rivolto a infermieri già formati e interessati a un inserimento lavorativo nel Servizio Sanitario Regionale, nel rispetto delle regole nazionali sull’esercizio temporaneo delle professioni sanitarie sulla base dei titoli conseguiti all’estero e delle successive procedure di riconoscimento; il secondo canale è di natura universitario-formativa per verificare, in collaborazione con l’Università di Padova ed eventuali Atenei esteri, la praticabilità di percorsi integrati di proseguimento o integrazione degli studi per studenti di infermieristica proveniente dall’estero.

“L’inserimento di personale – precisa Gerosa – dovrà essere accompagnato da adeguate misure di formazione linguistica, affiancamento clinico-organizzativo, tutoraggio e monitoraggio, tenendo conto anche degli effetti sulle comunità professionale locale e sul personale già in servizio”.

Particolare attenzione verrà posta sull’autenticità e la completezza e coerenza dei titoli e dei percorsi formativi con il profilo infermieristico, sulla valutazione delle competenze professionali e linguistiche e sulla capacità dei candidati di operare in sicurezza nei contesti clinici, relazionali e organizzativi.

di redazione AltovicentinOnline

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