C’è un filo sottile che attraversa tutta la carriera di Patrizia Laquidara: il movimento. Geografico, emotivo, linguistico. Dalla Sicilia al Veneto, dalla canzone d’autore alla sperimentazione, dalla musica alla scrittura narrativa, il suo percorso artistico si è costruito sempre in una terra di confine, dove identità diverse convivono senza mai annullarsi.

Cantautrice, performer e scrittrice, Laquidara continua a occupare uno spazio raro nel panorama italiano: quello di un’artista che non rincorre le mode ma segue un’urgenza espressiva personale, mantenendo intatto un dialogo profondo con la parola e con la voce.

«Prima di affrontare un disco o una performance c’è sempre un’attenzione verso la poetica», racconta. Una dimensione che non vive come etichetta, ma come necessità artistica. Del resto, molte delle sue canzoni nascono proprio dalla frequentazione della poesia e degli autori che ama leggere.

Nata a Catania e cresciuta artisticamente in Veneto, Laquidara ha vissuto a lungo il tema dello spostamento come una tensione identitaria. «Per molti anni ho cercato altrove una casa», spiega, ricordando i viaggi e i concerti all’estero come tappe di una ricerca personale oltre che musicale. Dentro di lei, racconta, convivevano due anime difficili da conciliare: quella siciliana e quella veneta. Solo col tempo queste identità hanno trovato un equilibrio diventando una ricchezza creativa. Oggi quella doppia appartenenza emerge nella scrittura, nei suoni e nell’immaginario delle sue canzoni. La sua voce è stata spesso definita “magnetica” e “visionaria”, ma Laquidara rifiuta qualsiasi costruzione artificiale del personaggio artistico. «Mi lascio guidare da ciò che sento senza forzarmi troppo», dice. L’autenticità, per lei, coincide con la fedeltà a se stessa, anche quando questo significa non incontrare immediatamente il gusto del pubblico. È un equilibrio delicato tra libertà creativa e comunicazione con chi ascolta. «Cerco di non fare qualcosa solo perché va di moda», sottolinea, ribadendo una coerenza che ha segnato tutta la sua carriera.

La strada, la Spagna e la musica come scambio

Tra le esperienze più formative restano gli anni da artista di strada in Spagna. Un periodo che Laquidara definisce ancora oggi tra i più autentici della sua vita musicale. Cantare senza microfoni, a contatto diretto con le persone, le ha insegnato che la musica è soprattutto relazione. «La musica è una forma di baratto e di scambio», afferma. Un’idea semplice ma radicale: il concerto non è solo qualcosa che l’artista offre, ma un’esperienza che il pubblico costruisce insieme a chi canta. «Tu dai qualcosa al pubblico e il pubblico da qualcosa a te, anzi, spesso “fa” il concerto con te».

L’amore per il Brasile e l’eredità di Caetano Veloso

Il suo esordio discografico, Para você querido Caé, nasceva come omaggio a Caetano Veloso e alla musica brasiliana, una passione che ancora oggi rappresenta un punto di riferimento emotivo e artistico. Laquidara parla della musica popolare brasiliana come di un “contenitore di belle canzoni”, ammirandone la raffinatezza melodica e letteraria. Cita autori come Chico Buarque e Maria Bethânia come esempi di una scrittura capace di restare profondamente umana ed emotiva. «Ritorno alla musica brasiliana quando ho voglia di sentirmi felice», confessa.

Sanremo e il margine come scelta

Il grande pubblico la scopre nel 2003 con Lividi e fiori al Festival di Sanremo 2003. Un’esperienza vissuta quasi con inconsapevolezza. «Sono arrivata a Sanremo come una specie di Mister Magoo», racconta. Da quel momento il rapporto con il sistema musicale italiano cambia, ma senza mai diventare centrale. Laquidara continua a muoversi ai margini dell’industria, osservandola «da una strada parallela». Una posizione che le ha permesso di mantenere libertà artistica anche nelle scelte più rischiose.

Dal cantautorato al dialetto: il rischio come trasformazione

Dischi come Indirizzo portoghese e Funambola hanno segnato momenti fondamentali della ricerca musicale di Patrizia Laquidara, tra scrittura d’autore, sonorità popolari e sperimentazione. Parlando di Indirizzo portoghese, arrivato come qualcosa di inedito e inaspettato, racconta: «Non c’erano molte donne che scrivevano cosi, parlo per esempio di canzoni come Mielato; in Indirizzo Portoghese, i temi quotidiani si mescolavano con i giochi di parole e la voce si muoveva dentro la scrittura d’autore con richiami popolari ed esotici». Con Funambola, suonato da musicisti newyorkesi vicini all’improvvisazione, Laquidara porta avanti una ricerca sonora lontana dagli standard italiani dell’epoca. La svolta più radicale arriva però con Il canto dell’anguana, album in dialetto vicentino premiato con la Targa Tenco. Una scelta controcorrente che cambia anche il suo pubblico: «Una parte del pubblico l’ho persa, un’altra è arrivata». Per Laquidara il rischio artistico resta una necessità, non una provocazione.

Negli ultimi lavori, culminati nel libro Ti ho vista ieri e nel nuovo progetto Flòrula, il legame tra musica e letteratura si è fatto ancora più stretto. Le storie e i personaggi della narrativa sono entrati direttamente nelle canzoni, trasformando la scrittura musicale in una prosecuzione naturale di quella poetica. Anche la dimensione teatrale resta centrale. Laquidara si definisce una cantante, ma una cantante che non può separare la voce dal corpo. «Quando dico qualcosa non posso fare a meno di esprimerla anche fisicamente», spiega.

Il nuovo progetto Flòrula rappresenta oggi la sintesi più matura della sua ricerca. Un lavoro che intreccia canzone d’autore, elettronica e sonorità rituali, alternando momenti intimi ad aperture corali. «A volte il canto si trasforma in inno, altre resta nudo e vulnerabile», racconta. L’obiettivo è trasformare l’esperienza personale in racconto condiviso, come farebbe «una cantastorie contemporanea».

L’arte come trasformazione individuale

Guardando al proprio percorso, Laquidara riconosce una convinzione rimasta immutata: l’arte continua ad avere una forza trasformativa. È cambiato però il suo sguardo sul rapporto tra arte e società. «Non credo più che la società possa cambiare attraverso l’arte, non credo più alla sua forza “politica” », ammette con lucidità. In un tempo in cui la musica rischia spesso di essere ridotta a semplice intrattenimento, la cantautrice continua però a credere nella capacità delle opere di cambiare profondamente le persone, una alla volta. Ed è forse proprio questa fiducia ostinata nell’intimità della trasformazione a rendere ancora oggi la voce di Patrizia Laquidara una delle più originali e necessarie della musica d’autore italiana.

 

Letteria Cavallaro

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