Roberta Bernardi arriva a Genova con lo stesso passo sicuro con cui, pochi mesi fa, spalava neve a Cortina durante le Olimpiadi. Ventisei anni, insegnante di Breganze, è una delle migliaia di penne nere venete che in questi giorni hanno trasformato il capoluogo ligure in un grande campo alpino diffuso. Tra palestre trasformate in dormitori e quartieri pieni di divise, lei si muove con la naturalezza di chi ha trovato negli alpini più di un semplice gruppo: una comunità.
Il Corriere della Sera le ha dedicato un servizio giornalistico che la sta rendendo famosa in tutta Italia.
Il cappello che porta, quello che a Cortina le hanno consegnato dopo il servizio volontario, è diventato per lei un simbolo importante. E nonostante le polemiche che negli ultimi anni hanno accompagnato le “penne nere non militari”, Roberta non vacilla: «Quel cappello non rappresenta solo me. Porta con sé il mio gruppo, la storia degli alpini, le persone che ci sono e quelle che sono andate avanti». Le critiche, ammette, l’hanno toccata, ma non hanno scalfito la convinzione che l’impegno e i valori contino più delle etichette.
Per l’Adunata, veste la divisa del gruppo con cui sfila e tiene lo striscione in testa al corteo. È uno dei momenti che attende di più: un’occasione in cui, racconta, “tutto si stringe”, e perfino gli alpini ultranovantenni ritrovano i compagni di naia come se il tempo non fosse passato. La città, nonostante le strettoie e la geografia complicata, quest’anno ha accolto con calore le migliaia di veneti scesi dal Nordest, tanto che alcuni gruppi vicentini e veronesi hanno trovato alloggio addirittura su una nave in porto.
Eppure, come sempre, non mancano tensioni e contestazioni: scritte ostili, cortei antagonisti, i soliti strascichi delle accuse di molestie che avevano travolto l’Adunata di Rimini nel 2022. A Genova, i fischietti anti-molestie distribuiti da alcune associazioni sono rimasti quasi tutti nelle tasche, salvo un episodio segnalato su un autobus. Ma per Roberta la chiave è distinguere, evitare generalizzazioni: «Chi sbaglia c’è ovunque, ma gli alpini che conosco io sono protettivi, attenti. A volte mi sento più al sicuro con loro che altrove. E sì, temevo più il giudizio degli alpini sul mio ragazzo che quello dei miei genitori», ha dichiarato al Corriere della Sera.
Tra una sfilata e un abbraccio tra vecchi commilitoni, l’Adunata si conferma per lei un appuntamento identitario, un momento in cui sentirsi parte di qualcosa di più grande. Per il Veneto il passaggio è previsto entro l’ora di pranzo. Poi lo sguardo va avanti: Brescia nel 2025, e forse un ritorno in casa, a Verona, nel 2028.
di Redazione AltovicentinOnline (foto Corriere della Sera)
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