Ci sono uomini che lasciano il proprio nome negli albi d’oro dello sport. E altri che lasciano qualcosa di più profondo: un insegnamento, un ricordo, un pezzo di sé nelle persone che hanno incontrato. Tommaso Assi apparteneva a questa seconda categoria.

Lo si è capito sabato mattina, a Thiene, durante la cerimonia di intitolazione del nuovo polo sportivo di via San Gaetano. Non soltanto un’inaugurazione, ma un incontro tra generazioni di campioni, tecnici e amici, arrivati per rendere omaggio a un uomo scomparso oltre quarant’anni fa, ma evidentemente mai uscito dai loro ricordi.

Il tradizionale taglio del nastro, alla presenza delle autorità, ha aperto la mattinata, condotta con maestria dal sempre vivace Giacomo Crosa, ex altista azzurro e volto storico del giornalismo sportivo italiano. Con la sua capacità di alternare leggerezza, ironia e partecipazione, Crosa ha trasformato il cerimoniale in un racconto collettivo.

Sul palco si sono susseguiti i saluti e i ringraziamenti del sindaco di Thiene Gianantonio Michelusi, dell’assessore regionale allo Sport Paola Roma e del consigliere provinciale delegato allo Sport Alberto Bertoldo.

Poi la parola è passata agli sportivi. Ed è stato allora che la cerimonia ha cambiato tono.

Quando i campioni tornano allievi

A Thiene si sono ritrovati alcuni dei nomi che hanno scritto pagine importanti dell’atletica italiana: Alberto Cova, Francesco Panetta, Gabriella Dorio, Giorgio Damilano, Manuela Levorato, Alessandro Lambruschini, Venanzio Ortis, Carlo Grippo, Vittorio Visini, Antonio Ambu e Vittorio Fontanella. Con loro due grandi maestri dell’allenamento: Luciano Gigliotti, il tecnico che ha accompagnato Gelindo Bordin e Stefano Baldini ai trionfi olimpici nella maratona, e Sandro Damilano, tra i più titolati allenatori di marcia al mondo.

Campioni olimpici, mondiali ed europei. Uomini e donne abituati agli stadi gremiti, alle medaglie, agli applausi. Eppure, sabato mattina, non erano lì per raccontare le proprie vittorie. Erano lì per parlare di Tommaso.

Alcuni erano stati suoi allievi, altri avevano lavorato con lui o semplicemente avevano avuto l’occasione di conoscerlo. Ma dalle loro parole è emerso un sentimento comune: la riconoscenza verso un uomo che aveva saputo guardare allo sport con occhi diversi.

«Cultura alta dell’allenamento». «Antesignano della metodologia dell’allenamento». «Straordinario insegnante di educazione fisica».

Le definizioni si sono rincorse, intrecciandosi con gli aneddoti e i ricordi personali. Assi aveva compreso, quando ancora pochi ne parlavano, che allenare non significava soltanto chiedere fatica e sacrificio. Significava conoscere il corpo umano, studiare la fisiologia, comprendere i tempi di recupero e soprattutto riconoscere che ogni atleta è diverso dall’altro.

Era il metodo che aveva maturato attraverso la formazione alla Scuola Centrale dello Sport del CONI e che avrebbe portato nell’atletica, nel calcio, nel basket, nel ciclismo e in molte altre discipline. Ma tra le tante definizioni ascoltate, una ha forse restituito meglio di tutte il senso del suo insegnamento.

«Era esigente, non severo. Quello che tutti dovrebbero fare con i propri studenti».

Una distinzione sottile, ma fondamentale. Perché Assi pretendeva molto, talvolta moltissimo, non per imporre la propria autorità, ma perché sapeva intravedere negli altri capacità che loro stessi ancora non conoscevano.

«Tirava fuori i talenti».

E forse il segreto di un grande maestro sta proprio qui: vedere in un ragazzo ciò che quel ragazzo non riesce ancora a vedere in sé stesso. Il fulmine che sapeva far ridere.  Poi, poco alla volta, dietro il tecnico innovatore è comparso l’uomo.

«Un fulmine, con una forza dirompente».

Un’immagine che sembra restituire perfettamente il Tommaso Assi raccontato dalla figlia Michela: sempre in movimento, mai completamente soddisfatto, continuamente alla ricerca di qualcosa da migliorare. Ma c’era anche un altro Tommaso.

«Sembrava ombroso, ma era ironico».

Chi lo conosceva davvero sapeva che dietro quell’apparenza burbera si nascondeva un uomo capace di scherzare, raccontare barzellette e alleggerire con una battuta anche gli allenamenti più duri.

È stato bello vedere come, dopo tanti anni, quei ricordi abbiano conservato una vivacità quasi sorprendente. Come se il tempo avesse lasciato intatta la voce di quel maestro, il suo modo di parlare, le sue pretese, perfino le sue battute. Poi è arrivato un ricordo diverso dagli altri.

Vittorio Visini ha raccontato di aver fatto l’ultima barba a Tommaso Assi. Un gesto semplice, quasi domestico, che per un istante ha portato il racconto lontano dalle piste, dalle palestre e dalle grandi competizioni.

In quella frase c’era qualcosa che nessuna medaglia avrebbe potuto raccontare: la vicinanza tra due persone, la fiducia, l’affetto. Il rapporto tra un maestro e un atleta che, evidentemente, era diventato molto di più. E forse è proprio in questi piccoli frammenti di vita che si riconosce la grandezza di un uomo.

Michela, una figlia che continua a ritrovare suo padre

Il momento più intenso della mattinata è arrivato quando Giacomo Crosa ha invitato Michela Assi a salire sul palco. La commozione era evidente. Davanti a lei, alcuni dei più grandi nomi dell’atletica italiana, uomini e donne che avevano conosciuto suo padre, lavorato con lui, condiviso fatiche, successi e momenti di vita. Persone che, a oltre quarant’anni dalla sua scomparsa, erano tornate a Thiene per rendergli omaggio.

Michela ha ringraziato tutti, gli atleti, i colleghi, gli amici e i cittadini, per quell’affetto che il tempo non aveva cancellato. Nelle sue parole c’era la gratitudine di una figlia, ma anche l’emozione di ritrovare, attraverso i ricordi degli altri, qualcosa del padre perduto troppo presto.

Lo aveva già raccontato: ancora oggi qualcuno la cerca per parlarle di lui. Sono uomini che allora erano ragazzi, atleti diventati campioni e altri che nello sport non hanno raggiunto la notorietà, ma che conservano intatto il ricordo di quel maestro esigente, carismatico, sempre in movimento.

Forse è stato proprio questo il regalo più bello della mattinata: vedere Tommaso Assi tornare a vivere, per qualche istante, nelle parole e negli occhi di chi gli aveva voluto bene.

Un nome sulla palestra, una storia da tramandare

Il nuovo polo sportivo di via San Gaetano porta ora il nome di Tommaso Assi, mentre il murale realizzato dall’artista Osvaldo Casanova ne custodisce anche l’immagine.

È un riconoscimento importante per la città nella quale Assi aveva scelto di vivere e costruire una parte decisiva della propria storia, dopo il trasferimento da Trani nel 1961.

Ma è anche qualcosa di più. Da oggi i ragazzi che entreranno in quell’impianto leggeranno un nome che forse, almeno all’inizio, non dirà loro molto. Potranno chiedere chi fosse Tommaso Assi, perché gli sia stata dedicata una struttura sportiva, che cosa abbia fatto di così importante.

E qualcuno potrà raccontare loro di quel maestro che studiava il corpo umano quando molti si affidavano soltanto all’esperienza, che pretendeva moltissimo dai suoi atleti, che sapeva riconoscere il talento e che, dietro un carattere apparentemente ombroso, nascondeva una sorprendente ironia.

Potrà raccontare di un uomo che Eraldo Pecci, ricordando gli anni del Bologna, aveva definito «un marziano», perché portava nel calcio idee e metodi che allora sembravano arrivare da un altro pianeta. Ma soprattutto potrà raccontare ciò che questa cerimonia ha dimostrato.

Che si possono vincere medaglie, conquistare titoli, raggiungere traguardi straordinari. E che, con il passare degli anni, persino le vittorie più grandi diventano pagine di storia.

Quello che resta davvero è il segno che abbiamo lasciato nelle persone.

Sabato mattina, a Thiene, quel segno aveva i volti di tanti campioni, le parole di chi era stato suo allievo, gli aneddoti degli amici e gli occhi commossi di una figlia. E per Tommaso Assi, forse, non poteva esserci un omaggio più grande.

mds (foto del Circolo fotografico “città di Thiene”)

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