Quanto emerge leggendo l’ordinanza del gip che ha siglato i 13 arresti dell’inchiesta su presunto caporalato a Grafica Veneta è raccapricciante. Pakistani che lavoravano 12 ore al giorno e 7 giorni su 7. Operai prelevati al mattino e portati in fabbrica, dove lavoravano come schiavi, senza riposo, nè ferie. Minacciati, picchiati , legati e sequestrati senza dignità nel caso si fossero azzardati a sollevare il capo e ribellarsi a quelle condizioni di lavoro disumane. Si stenta a credere che quei particolari raccolti durante le indagini dai carabinieri di Cittadella possano essere riconducibili alla realtà del fiorente Nor Est d’Italia, dove si spera che quanto scoperchiato all’interno della nota ditta, che ha persino regalato 2 milioni di mascherine in piena emergenza Covid, rimanga un fatto isolato. Quei particolari però, scuotono e fanno riflettere e si fa veramente fatica a pensare che nella ‘terra più civile’ d’Italia’, c’è chi si arricchisce sfruttando immigrati stranieri, che arrivano in Italia dopo i cosiddetti viaggi della speranza, per vivere in condizioni del genere.

Gli operai, che solo dopo un lungo subire, hanno vuotato il sacco con i sindacati con tutte le difficoltà di chi non conosce la lingua italiana, hanno raccontato di essere stati malmenati e minacciati, quando qualcuno di loro avrebbe osato ribellarsi alla schiavitù. La sera, quando rientravano nelle case messe loro a disposizione, dovevano condividere servizi igienici e dormivano ammassati. Per quell’alloggio, veniva sottratto dallo stipendio dai 120 ai 150 euro mensili. Dettagli impressionanti, specie quelli che riguardano le vittime poi interrogati dai carabinieri. Come il caso della  spedizione punitiva avvenuta il 25 maggio 2020 in una casa di Trebaseleghe e condotta da Arshad Badar, a capo della società che li reclutava. “Sono arrivati a portare mia moglie e i miei figli in una caserma in Pakistan . Mi hanno detto che li avrebbero liberati solo se avessi ritirato la denuncia per le violenze subite“.

I carabinieri hanno scoperto false timbrature attestanti 8 ore che in realtà erano 12. Tutti particolari che ora sono al vaglio della magistratura padovana, che non ha finito di indagare. Gli arresti, tra cui quelli dei due manager di Grafica Veneta, che secondo i carabinieri erano a conoscenza dello stato di schiavitù degli operai, sono solo la punta dell’iceberg di un’inchiesta destinata ad altri sviluppi.

L’ordinanza con cui è stata disposta la custodia cautelare ai domiciliari per l’ad e il direttore area tecnica dell’azienda stampatrice riporta:  “Vi sono state telefonate in cui i dirigenti della Grafica hanno detto al proprio tecnico di non consegnare nulla e cancellare i dati, disperandosi una volta appreso che la Polizia Giudiziaria era comunque riuscita ad acquisire un dato parziale”.

Il pm: “Manodopera appaltata a prezzi bassissimi. Azienda italiana complice“.

Nel 2018, il titolare della ditta che fattura 200 milioni all’anno,  che ha ribadito di essere ignaro della vicenda,  denunciò attraverso i media: “Non riusciamo ad assumere 25 persone perché i giovani non vogliono fare i turni. Abbiamo ricevuto solo 4-5 candidature, gli altri che abbiamo contattato si sono tirati indietro. Rinunciano per i turni troppo pesanti”

Natalia Bandiera

Cgil: ‘Abbiamo denunciato caporalato nei settori dell’agricoltura, dell’edilizia, della logistica’

Al di là delle responsabilità legali dei dirigenti di Grafica Veneta, che saranno accertate dalla magistratura, “quanto emerge dall’indagine è già di per sé sconcertante”, in quanto si tratta sostanzialmente di “lavoratori ridotti in schiavitù e privati dei diritti più elementari, e perfino della libertà personale”. Lo affermano il segretario della Cgil del Veneto Christian Ferrari, e il segretario generale della Cgil di Padova, Aldo Marturano, commentando le notizie sull’inchiesta relativa a Grafica Veneta, trapelate nella giornata di ieri. “Come Cgil, abbiamo molte volte denunciato, e da anni, il fenomeno del caporalato, presente in Veneto soprattutto nei settori dell’agricoltura, dell’edilizia, della logistica. Ma il fatto che nemmeno una realtà considerata un’eccellenza della nostra industria a livello nazionale e internazionale sia, secondo gli inquirenti, immune da questo fenomeno deve far riflettere tutti e deve far agire le istituzioni”, continuano i due sindacalisti, che partono all’attacco del “sistema degli appalti e delle esternalizzazioni”, che “è ormai malato e si fonda sulla artificiosa frantumazione dei cicli produttivi, sulla forsennata ricerca della compressione dei costi, a partire da quelli del lavoro, e quindi sullo sfruttamento delle lavoratrici e dei lavoratori più poveri”. Anche nel caso di Grafica Veneta, infatti, “si tratta dell’affidamento a terzi di un’attività che è parte integrante del ciclo produttivo diretto”. L’azione dei sindacati ricalcherà quindi quella che ha consentito di “ottenere importanti risultati” sugli appalti pubblici, anticipano Ferrari e Marturano. Ma “occorrono una presa di coscienza e scelte conseguenti, di tutta la società, a partire dalle organizzazioni datoriali che non possono tirarsi indietro in questa battaglia di civiltà”.

L’inchiesta approda in consiglio regionale ed è scontro

L’inchiesta sul capolarato che coinvolge i vertici dell’azienda di Trebaseleghe Grafica Veneta scatena oggi uno scontro tra gli esponenti di maggioranza e opposizione in Consiglio regionale veneto. La dem Vanessa Camani interviene infatti con una nota in mattinata, sostenendo che l’inchiesta “è la punta dell’iceberg e conferma gli allarmi, a lungo inascoltati, sulla presenza diffusa, anche nella nostra regione, dell’illegalità in molti settori del mondo produttivo, dall’agricoltura alla logistica, dalla manifattura ai servizi”. Secondo Camani “va ripensato il modello di sviluppo del Nord Est che non può essere basato su competizione al ribasso, sfruttamento dei lavoratori stranieri ed evasione fiscale”, e ora “serve un impegno delle istituzioni per capire la reale diffusione del fenomeno, evidentemente più vasto del previsto”, mentre finora “la Regione è rimasta in silenzio”.

Ma il capogruppo della lista Zaia presidente, Alberto Villanova, non ci sta. In una nota, infatti, definisce “gravissime le insinuazioni della consigliera Camani”, che “offendono i nostri artigiani e imprenditori veneti, il modello produttivo del Nord Est, il sistema veneto che paga le tasse più alte e mantiene metà dello Stato”, e chiede “che il Partito democratico prenda le distanze”. Villanova difende quindi il sistema produttivo, chiarendo che per quanto riguarda l’inchiesta in questione “chi ha sbagliato risponderà delle proprie responsabilità e sconterà le proprie colpe”. Ma “non permetteremo alla consigliera di strumentalizzare politicamente un fatto di cronaca per scalfire l’immagine del modello industriale veneto e arrivare a colpirne l’amministrazione”.

Al che Camani diffonde una nuova nota in risposta allo zaiano. “Non capisco a quali insinuazioni faccia riferimento Alberto Villanova: è un dato di fatto che anche in Veneto i casi di sfruttamento del lavoro e addirittura caporalato siano in aumento, lo testimoniano le inchieste. Per questo è doveroso fare fronte comune, rafforzando l’impegno per salvaguardare la parte sana del nostro tessuto produttivo, che proprio dalla concorrenza sleale di chi delinque viene pesantemente colpita. Ed evitare che con la crisi economica e di liquidità legata alla pandemia certi fenomeni diventino strutturali”, afferma la democratica. “Anche il silenzio della Regione è un dato di fatto: nelle ultime ore abbiamo letto le giuste preoccupazioni del presidente Zaia per la truffa del Prosecco, o i doverosi complimenti a Federica Pellegrini per la finale olimpica, ma nessun commento sull’inchiesta padovana”, conclude. E a dare manforte a Camani arriva la consigliera di Europa Verde Cristina Guarda, che in una nota ci va giù ancora più pesante. “Alla luce dei rapporti tra la politica regionale e l’azienda sottoposta ad indagine, Grafica Veneta, la giunta regionale non può non pensare a iniziative a tutela dell’immagine e a carattere preventivo di tutela di tutti i lavoratori”, afferma Guarda.

“Nel rispetto delle indagini in corso e delle garanzie giudiziarie previste, rimango basita per la gravità delle accuse che hanno condotto addirittura all’arresto l’amministratore delegato e il responsabile sicurezza di Grafica Veneta. Una azienda di fama internazionale che, come ha ricordato anche il Pubblico ministero, da una parte si è dimostrata per anni sensibile ai temi sociali, dall’altra ha agito in modo irrispettoso non solo dei diritti dei lavoratori ma anche del genere umano”, continua Guarda. E quindi sottolinea “il legame diretto tra l’azienda e la campagna elettorale per le elezioni regionali del presidente di Giunta Luca Zaia, il quale ha più volte lodato pubblicamente Grafica Veneta anche per aver fornito due milioni di mascherine in piena pandemia alla Regione del Veneto con tanto di ringraziamento ufficiale”. Quindi ora, “in attesa che le indagini facciano il loro corso individuando tutte le responsabilità del caso, è opportuno che la Regione valuti tutti gli strumenti idonei a tutela della propria immagine e della qualità del lavoro in Veneto, in linea con lo Statuto regionale”, conclude Guarda.

‘Imprenditori senza coscienza’

“Nell’aprile del 2018 il patron di Grafica Veneta tuonava contro i giovani che non avevano voglia, secondo lui, di lavorare. Nel luglio del 2021 i manager ai massimi vertici di Grafica Veneta sono stati arrestati per sfruttamento del lavoro nell’ambito di un’inchiesta che ha portato allo smantellamento di un’organizzazione criminale che sfruttava, minacciava, picchiava lavoratori stranieri. Incredibile, davvero inaspettato”. Lo scrive su Facebook il segretario nazionale di Sinistra Italiana Nicola Fratoianni, dopo gli arresti di ieri in Veneto. “È evidente che il problema – prosegue il leader di SI – non sono i giovani o il Reddito di Cittadinanza. Il problema sono questi im-prenditori che sfruttano lavoratori e lavoratrici senza vergogna solo ed esclusivamente per il proprio profitto. È ora – conclude Fratoianni – di rovesciare il tavolo e cambiare le regole del gioco. È ora, al di là del chiacchiericcio da talk show, che la politica dia una risposta alla logica truffaldina degli appalti e subappalti, alla necessità di un salario minimo. Ci sono le proposte che come Sinistra Italiana hanno presentato nei giorni scorsi. Si parta da quelle”, conclude.

Il modello produttivo veneto è “ormai alla corda” e “punta solo alla riduzione del costo del lavoro e a ritmi insostenibili, quando non alla violazione dei diritti fondamentali della persona”. Lo affermano il segretario regionale veneto di Articolo Uno, Gabriele Scaramuzza, e il segretario provinciale di Articolo Uno Padova, Alessandro Tognan, intervenendo in merito all’inchiesta della magistratura di Padova sulle condizioni di lavoro all’interno di Grafica Veneta, azienda di Trebaseleghe. ” A scandalizzare non è solo la situazione di sfruttamento e di vero e proprio caporalato nei confronti dei lavoratori in appalto, ma anche -se verrà confermata dalle indagini- la connessione e la connivenza con il management dell’impresa”, continuano i due esponenti di Articolo Uno. “Il sistema degli appalti e delle esternalizzazioni, anche in veneto, fa pagare le presunte eccellenze ai lavoratori, che sono costretti a vivere in condizioni che non possono avere nome diverso da quello della schiavitù”. Quindi, “certi che le indagini proseguiranno speditamente e sapranno individuare le responsabilità penali, riteniamo indispensabile intervenire a livello legislativo per regolare e controllare la catena dell’appalto e del subappalto, anche per le imprese private”, concludono Scaramuzza e Tognon, chiedendo nel frattempo “una presa di posizione da parte delle organizzazioni imprenditoriali”.

 

Sfruttati, legati e picchiati. Caporalato a Grafica Veneta, ai domiciliari due manager

 

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