Un tempo tragico, oscuro e colmo di tensione. Cinquantasette giorni separano la strage di Capaci da quella di via D’Amelio. Trent’anni i due eccidi da una verità piena la cui ricerca e’ ancora oggetto di processi e nuove indagini.

Gli attentati contro Giovanni Falcone e Paolo Borsellino si consumarono in un contesto d’incapacità e complicità che va ben oltre il livello della mafia, in un quadro, certificato da una sentenza, di “colossale depistaggio”.

Il verdetto del processo Stato-mafia, sulla presunta trattativa tra pezzi delle istituzioni e i vertici di Cosa nostra, del 20 aprile 2018, aveva aperto scenari inediti, poi parzialmente richiusi dalla sentenza d’appello segnata da una serie di pesanti assoluzioni.

“Avevano già iniziato a farli morire”

Il 23 maggio del 1992, Giovanni Falcone, direttore degli Affari penali del ministero di Grazia e Giustizia e candidato alla carica di procuratore nazionale antimafia, era appena atterrato all’aeroporto di Punta Raisi con la moglie Francesca Morvillo, anche lei magistrato.

Alle 17.58, sull’autostrada Trapani-Palermo, nei pressi di Capaci, la tremenda esplosione che li uccise con gli uomini della scorta. Circa 500 chili di tritolo piazzati dentro un canale di scolo esplosero mentre transitavano le Croma.

La prima auto blindata – con a bordo i poliziotti Antonino Montinaro, Vito Schifani e Rocco Dicillo – venne scaraventata oltre la carreggiata opposta di marcia, su un pianoro coperto di ulivi. La seconda Croma, guidata dallo stesso Falcone, si schianto’ contro il muro di detriti della profonda voragine aperta dallo scoppio. L’esplosione divoro’ un centinaio di metri di autostrada.

Poco più di un mese dopo, il 25 giugno, Paolo Borsellino denunciò la costante opposizione al lavoro e al metodo di Falcone di parti consistenti delle istituzioni: “Secondo Antonino Caponnetto, Giovanni Falcone cominciò a morire nel gennaio del 1988. Io condivido questa affermazione. Oggi che tutti ci rendiamo conto di qual è stata la statura di quest’uomo, ci accorgiamo come in effetti il Paese, lo Stato, la magistratura che forse ha più colpe di ogni altro, cominciò a farlo morire il primo gennaio del 1988, quando il Csm con motivazioni risibili gli preferì il consigliere Meli”.

A un certo punto, raccontò Borsellino, “fummo noi stessi a convincere Falcone, molto riottoso, ad allontanarsi da Palermo. Cercò di ricreare in campo nazionale e con leggi dello Stato le esperienze del pool antimafia. Era la superprocura”. La mafia “ha preparato e attuato l’attentato del 23 maggio nel momento in cui Giovanni Falcone era a un passo dal diventare direttore nazionale antimafia”.

Palermo-Beirut

Paolo Borsellino, 51 anni, da 28 in magistratura, procuratore aggiunto nel capoluogo siciliano dopo aver diretto la procura di Marsala, pranzò a Villagrazia con la moglie Agnese e i figli Manfredi e Lucia. Poi si recò con la sua scorta in via D’Amelio, dove vivevano la madre e la sorella. Una Fiat 126 parcheggiata nei pressi dell’abitazione della madre con circa cento chili di tritolo a bordo, esplose al passaggio del giudice, uccidendo anche i cinque agenti.

La strage di via d’Amelio dove morì Paolo Borsellino

Erano le 16.58. L’esplosione, nel cuore di Palermo, venne avvertita in gran parte della città. L’autobomba uccise Emanuela Loi, 24 anni, la prima donna poliziotto in una squadra di agenti addetta alle scorte; Agostino Catalano, 42 anni; Vincenzo Li Muli, 22 anni; Walter Eddie Cosina, 31 anni, e Claudio Traina, 27 anni. Unico superstite l’agente Antonino Vullo.

Trattative. La “prova regina” e il verdetto ribaltato

Dopo 30 anni restano tanti buchi neri. La sentenza di primo grado del processo Stato-mafia, che ha condannato boss, ex alti ufficiali del Ros come Mario Mori e politici come Marcello Dell’Utri, a giudizio di molti aveva dato linfa e impulso a nuove inchieste a Caltanissetta sulle stragi.Tre poliziotti sono a processo con l’accusa di essere i tasselli di una complessa strategia di depistaggio delle indagini sull’eccidio di via D’Amelio. Ilda Boccassini, ex pm a Caltanissetta da ottobre ’92 a dicembre ’94, ha parlato di “prova regina inconfutabile circa il fatto che Scarantino stava dicendo delle sciocchezze: si era ancora in tempo per tornare indietro e fermarsi”. Non lo si fece.

Il 23 settembre 2021 verdetto ribaltato. La Corte d’assise d’appello di Palermo, dopo tre giorni di camera di consiglio, nell’aula bunker del Pagliarelli, ha assolto il senatore Marcello Dell’Utri, “per non avere commesso il fatto”, e gli ufficiali del Ros Antonio Subranni, Mario Mori e Giuseppe De Donno, “perché il fatto non costituisce reato”.

Pena leggermente ridotta a 27 anni al boss Leoluca Bagarella; confermati i 12 anni al medico mafioso Antonino Cinà, fedelissimo di Bernardo Provenzano. Rispondevano del reato di minaccia a un corpo politico. La trattativa, ma intesa come dialogo per fare cessare la stagione delle bombe e degli attentati, senza alcuna concessione da parte dello Stato, non fu reato.

Borsellino quater è cassazione

Ergastolo per i boss Salvatore Madonia e Vittorio Tutino, sì alle condanne dei falsi collaboratori di giustizia Calogero Pulci e Francesco Andriotta per calunnia: è la sentenza pronunciata il 5 ottobre scorso in via definitiva dalla Cassazione che ha confermato la decisione emessa dalla Corte d’assise d’appello di Caltanissetta nel novembre 2019 nel processo Borsellino quater.

Se per Pulci è stata confermata la condanna a 10 anni dì reclusione, per Andriotta – condannato in appello a 10 anni – i giudici del Palazzaccio hanno disposto solo un lieve sconto di pena, pari a 4 mesi.

Sostanzialmente confermato il verdetto pronunciato dai giudici d’appello, i quali, da parte loro, avevano condiviso le conclusioni contenute nella sentenza di primo grado, nelle cui motivazioni, depositate nell’estate 2018, si sosteneva che, sulle indagini relative alla strage di via D’Amelio – nella quale, il 19 luglio 1992, il giudice Paolo Borsellino morì con gli agenti della sua scorta – ci fu “uno dei più gravi depistaggi della storia giudiziaria italiana”.

“I giudici di merito – scriveva la Cassazione nella sentenza depositata a novembre 2021 – non mancano di confrontarsi con le persistenti ‘zone d’ombra’ sulla vicenda della strage di via D’Amelio, rimarcando comunque la paternità mafiosa dell’attentato. A proposito di tali ‘zone d’ombra’, la sentenza impugnata – ricorda la Cassazione – richiama la ‘sparizione’ dell’agenda rossa di Paolo Borsellino, le dichiarazioni di testi intervenuti nell’immediatezza della deflagrazione, dichiarazioni rivelatrici di contraddizioni che gli accertamenti svolti non hanno consentito di superare”, nonché “l’anomalia del coinvolgimento del Sisde nelle indagini” e i “condizionamenti esterni e interni” sull’inchiesta.

Nella “sintesi ricostruttiva offerta dalla sentenza impugnata”, osservano ancora i giudici del ‘Palazzaccio’ citando la Corte d’appello nissena, “la strage di via d’Amelio rappresenta indubbiamente un tragico delitto di mafia, dovuto a una ben precisa strategia del terrore adottata da Cosa nostra, in quanto stretta da paura e da fondati timori per la sua sopravvivenza a causa della risposta giudiziaria data dallo Stato attraverso il ‘maxiprocesso'”: i “dati probatori relativi alle richiamate ‘zone d’ombra’”, ricorda la Suprema Corte ripercorrendo le sentenze di merito, “possono al più condurre a ipotizzare la presenza di altri soggetti o di gruppi di potere (co-)interessati all’eliminazione’ di Paolo Borsellino”, ma ciò “non esclude il riconoscimento – si legge nella sentenza odierna – della ‘paternità mafiosa’ dell’attentato di via D’Amelio e della sua riconducibilità alla ‘strategia stragista’ deliberata da Cosa Nostra, prima di tutto, come ‘risposta’ all’esito del maxiprocesso”.

Nel luglio 2020 si è chiuso in Corte d’Assise d’Appello a Caltanissetta, il Falcone bis: condannati i boss Salvo Madonia, Giorgio Pizzo, Cosimo Lo Nigro, Lorenzo Tinnirello. Vittorio Tutino assolto come in primo grado. Il 14 giugno tocca alla Cassazione.

Per l’accusa, il boss palermitano di Cosa nostra Salvo Madonia è stato uno dei mandanti della strage, mentre gli altri sarebbero stati coinvolti nella fase esecutiva dell’attentato. Nel corso del processo, alcuni collaboratori di giustizia hanno detto che “oltre a dovere uccidere il giudice Giovanni Falcone, si dovevano eliminare Maurizio Costanzo, Michele Santoro e Pippo Baudo per allontanare l’attenzione dalla Sicilia e creare un certo allarme nel centro Italia”. Ognuno “aveva un compito ben preciso e Messina Denaro diede 5 milioni di lire ciascuno per quella trasferta. A un certo punto arrivo’ l’ordine di tornare in Sicilia”.

Poliziotti alla sbarra: “Colossale e inaudito depistaggio”

E’ alle battute finali il processo di primo grado sul presunto depistaggio delle indagini successive alla strage di via d’Amelio. L’11 maggio scorso, al termine della sua requisitoria, il procuratore capo di Caltanissetta Salvatore De Luca ha chiesto la condanna a 11 anni e 10 mesi di reclusione per Mario Bo e a 9 anni e 6 mesi ciascuno per Fabrizio Mattei e Michele Ribaudo, i tre poliziotti, ex componenti del Gruppo Falcone Borsellino, accusati di calunnia aggravata dall’aver favorito Cosa nostra.

“Questo gigantesco, inaudito depistaggio – ha detto De Luca ha voluto coprire delle alleanze strategiche di altro livello di Cosa nostra, che in quel momento riteneva di vitale importanza. Tutti sapevano che Scarantino era un personaggio delinquenziale di serie C“. E’ finita archiviata, invece, da tempo, a Messina, l’indagine a carico di alcuni magistrati sulla presunta manipolazione di Scarantino.

L’ultimo padrino

Fissata per il 22 giugno, con la riapertura dell’istruttoria dibattimentale, l’udienza del processo in Corte d’Assise d’Appello di Caltanissetta nei confronti di Matteo Messina Denaro accusato di essere stato tra i mandanti delle stragi di Capaci e via D’Amelio. Chiamato a deporre in aula, in quella data, un perito che riferirà sulle trascrizioni effettuate su una conversazione ambientale.

Il superlatitante nell’ottobre del 2020 in primo grado venne condannato all’ergastolo. Capo della mafia trapanese, ricercato dal 1993, è ritenuto uno dei responsabili della linea stragista di Cosa nostra imposta dai corleonesi di Totò Riina con il quale, avrebbe pianificato negli anni ’90 l’attacco alle istituzioni. Il boss di Castelvetrano era già stato condannato per le bombe al nord Italia del 1993. Resta l’ultimo padrino.

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