Schiò è scossa da una gravissima inchiesta per usura che,  potrebbe avere sviluppi clamorosi e far emergere un numero di vittime ben più alto rispetto a quelle finora note. A indagare sono i carabinieri della Compagnia , agli ordini del capitano Francesco Grasso, impegnati in un lavoro «delicatissimo» e reso ancora più difficile da un muro di omertà alimentato da paure, minacce e, in diversi casi, anche da una scarsa conoscenza della lingua italiana.

Al centro dell’indagine c’è un 42enne originario del Ghana, da anni residente e ben inserito a Schio, sospettato di essere un vero e proprio cravattaro. Secondo quanto ricostruito finora, l’uomo avrebbe prestato denaro applicando interessi usurari che arrivavano fino al 20% mensile, approfittando delle difficoltà economiche di persone molto diverse tra loro: dal piccolo imprenditore con il negozio in affanno all’operaio di fabbrica con lo stipendio già impegnato tra mutuo e bollette.

L’uomo, stando agli atti dell’inchiesta, si muoveva sempre con lo stesso copione: individuava chi era in difficoltà, offriva prestiti facili e immediati, senza garanzie né troppa burocrazia, conquistando così la fiducia di chi non riusciva più a rivolgersi alle banche o agli istituti di credito tradizionali. Ma quello che all’inizio sembrava un aiuto diventava presto un incubo: il debito lievitava mese dopo mese, gli interessi si accumulavano in modo insostenibile e per le vittime iniziava un vortice senza via d’uscita.

Quando i pagamenti saltavano, secondo quanto accertato dai carabinieri, non c’erano solo telefonate insistenti e minacce velate. Sarebbero state infatti documentate anche vere e proprie spedizioni punitive ai danni di chi non riusciva più a restituire il denaro. In alcuni casi le vittime, dopo essere state aggredite, hanno dovuto ricorrere alle cure dei medici dell’ospedale di Santorso, con referti che ora fanno parte integrante del fascicolo d’indagine.

Gli investigatori ritengono che il numero di persone finite nella rete dell’usuraio possa essere molto più alto di quello attualmente emerso. Ma ricostruire il quadro complessivo è complicatissimo. Molti dei presunti debitori hanno paura di parlare, molti arrivano dall’Africa e sono diffidenti, temono ritorsioni su di sé e sulle proprie famiglie e, in alcuni casi, faticano perfino a comprendere pienamente le procedure giudiziarie a causa di una limitata padronanza dell’italiano. Un mix di terrore, vergogna e isolamento che rende il clima attorno all’inchiesta pesantissimo.

Nonostante ciò, le indagini proseguono a ritmo serrato. Durante una perquisizione domiciliare nell’abitazione del 42enne, che attualmente è solo indagato a piede libero, i carabinieri hanno infatti trovato quello che potrebbe rivelarsi il cuore dell’inchiesta: un taccuino, una sorta di quadernetto in cui sarebbero annotati, in modo minuzioso, prestiti, nomi, cifre e scadenze. Quel registro, ora al vaglio degli inquirenti, potrebbe contenere l’elenco completo,  o quasi , dei presunti clienti del cravattaro, offrendo alla Procura una mappa preziosissima per ricostruire l’intera rete dell’usura.

Secondo gli investigatori, proprio da quelle pagine potrebbe passare il salto di qualità dell’indagine: incrociando i dati con referti medici, movimenti di denaro, testimonianze raccolte finora e altre che si spera possano emergere, sarà possibile dare un nome e un volto a tante storie che, per ora, restano sommerse. Resta però il nodo principale: l’omertà. Paure radicate, minacce più o meno esplicite, senso di colpa e diffidenza verso le istituzioni stanno frenando molti possibili testimoni. Gli inquirenti invitano chiunque si riconosca nelle dinamiche dell’usura a farsi avanti, ricordando che l’unico modo per spezzare la catena è denunciare.

A Schò, intanto, la sensazione è che questa sia solo la punta dell’iceberg. Dietro quel taccuino sequestrato potrebbe nascondersi una platea di vittime molto più ampia, fatta di famiglie straniere, lavoratori e piccoli imprenditori che, nel silenzio e nella paura, hanno visto la propria vita finire nelle mani di chi ha trasformato il bisogno di aiuto in occasione di ricatto. Le prossime mosse degli inquirenti diranno quanto profonda sia davvero la ferita dell’usura.

N.B.

Ti è piaciuto questo articolo? Condividilo su:
Stampa questa notizia