Un tamponamento assurdo, capitato chissà quante volte a ciascuno automobilista. Di quelli che normalmente si risolvono con una constatazione amichevole, qualche fotografia. Nei suoi trent’anni di guida al volante del camion, Marco Turbian di scene del genere ne avrà viste a dozzine. Fino a ieri. Fino a quel giovedì 26 giugno, dentro la pancia della galleria di Malo della Pedemontana Veneta, dove hanno perso la vita don Francesco Andreoli e il sedicenne Alberto Fioretto. Una tragedia immane, consumata sotto gli occhi di Marco, l’autotrasportare coinvolto nel primo lieve urto con la Dacia del sacerdote.

Quei secondi fatali
“Eravamo circa a metà galleria, mi aveva tamponato appena, un colpo leggero. Probabilmente l’auto ha urtato la barra antintrusione del camion ed ha sbandato un paio di volte. Poi si è fermata nella corsia di sorpasso”. La sua voce è ancora provata mentre ripercorre quei drammatici momenti. “Ho accostato sulla corsia di emergenza e sono sceso”.
Marco chiude la portiera della cabina e si incammina verso la Dacia ferma nella corsia di sorpasso. Sono pochi metri. Dentro ci sono don Francesco e Alberto. Vede che il salesiano apre lo sportello, fa per scendere dall’auto, ma non del tutto. “Mi ha guardato e mi ha detto: “Io sto bene, scusami”.  Poi lo vede tornare dentro la sua Dacia. Sono veramente pochissimi attimi nei quali  il camionista capisce che il vero pericolo non è il tamponamento, ma ciò che poteva accadere da un momento all’altro.

“Nessuno si fermava”
“Ho visto che era una situazione rischiosissima, perché sebbene ci fosse l’auto in panne e ferma, le altre auto che arrivavano passavano sia destra che a sinistra. Nessuno si fermava. La vita umana non vale più niente? Se qualcuno avesse bloccato il traffico, creando una coda, magari si sarebbe evitato tutto questo”. La voce di Marco Turbian  si incrina: “volevo metterli al riparo.  Mi è subito venuto in mente che un mio collega stava arrivando col suo camion. Volevo chiamarlo per dirgli di fare qualcosa, di bloccare il traffico”.
Si gira, torna sui suoi passi e va verso il suo camion. Si allontana dalla Dacia di don Francesco, “ma proprio in quei secondi è arrivata un’altra auto e li ha centrati”.

La sua voce si incrina. Marco è padre di due figlie di 14 e 10 anni e non riesce a trattenere la commozione quando pensa alla vittima più giovane. “Io torno a casa e posso abbracciare le mie figlie. Ora ci sono una mamma e un papà che questo non potranno più farlo”.  A settembre compirà cinquant’anni. Per molti anni è stato presidente di una società sportiva di Schio, sempre a contatto con i ragazzi, come il giovane Alberto. “Forse è anche per questo che questa tragedia mi colpisce ancora di più. Quando muore un ragazzo di sedici anni, non ci sono parole, fa ancora più male”.

Il peso di un destino
Poi arriva l’ultima frase. Quella che racchiude tutto il peso di una tragedia che nessuno dimenticherà facilmente. “Il destino è stato cattivo. Ma continuerò sempre a chiedermi se si sarebbe potuto fare qualcosa in più. Se solo le auto avessero rallentato”.

di Redazione AltovicentinOnline

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