A Venezia si può anche accettare di pagare caro: il caffè in piazza San Marco, la vista, la storia, la laguna. Ma una cosa è il lusso dichiarato, un’altra è la sorpresa servita al tavolo. E la vicenda denunciata all’Adico da un dipendente pubblico del Bellunese ha riportato a galla una questione che ciclicamente infiamma i social: quanto è corretto un ristorante quando propone un piatto fuori menu senza dirne il prezzo?

Il cliente, abituale frequentatore di un locale vicino a Rialto, conosceva bene la casa: togliere 110-150 euro dal portafoglio per un pranzo “di pesce serio” gli era quasi routine. Ma l’ultima volta il cameriere gli propone le linguine all’aragosta, fuori menu. Lui accetta senza chiedere. Errore, certo. Ma l’errore più grosso arriva dopo: la totale mancanza di trasparenza. Perché quando il piatto compare sul conto, il prezzo è 250 euro. Totale del pranzo: 401,30 euro, senza nemmeno la solita frittura finale.

Il cliente paga, esce, realizza solo dopo. E si rivolge ai consumatori.

Il nodo: non il prezzo, ma come ci si arriva

Adico lo dice chiaramente: contestare dopo aver pagato è quasi inutile. Ma il caso solleva un tema più ampio e scomodo. «Non è l’aragosta a costare troppo – spiega il presidente Carlo Garofolini  sul Corriere della Sera – è il fatto che fosse un piatto proposto a voce, senza dire il prezzo». È qui che il caso diventa emblematico. Non parliamo di un turista sprovveduto che si perde tra le calli, ma di un cliente abituale che si fidava di un locale. E che non si aspettava che la sua fiducia valesse un sovrapprezzo a tre cifre. Sul conto spuntava anche un 16% di servizio, pratica legittima solo se chiaramente indicata. Un altro dettaglio che, aggiunto al resto, alimenta un’immagine tossica: quella di una Venezia “slot machine” che si attiva al passaggio del cliente.

Chiedere il prezzo non è un delitto

E poi c’è un altro tema, quello culturale. Nei ristoranti, soprattutto in contesti eleganti, chiedere “quanto costa?” è ancora vissuto come una figura barbina. Il cliente spesso tace per pudore, il cameriere tace per convenienza, e l’equazione finale la pagano entrambi: uno con il conto, l’altro con una reputazione sempre più fragile.

Secondo Adico, la contestazione andava fatta sul momento. Ma la vicenda diventa comunque un monito, non solo per i ristoratori ma per tutti:
un piatto fuori menu senza prezzo è una trappola involontaria, e la trasparenza non è un optional.

Venezia non può continuare a finire sui social per scontrini choc, né i clienti possono rinunciare a chiedere informazioni per imbarazzo. È tempo di uscire da questa dinamica fatta di silenzi, mezze omissioni e indignazioni a scoppio ritardato.

Perché sì, un’aragosta può costare cara.
Ma la fiducia tradita costa molto di più.

di Redazione AltovicentinOnline

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