Un Paese diviso in due parti “ognuna delle quali tira dalla sua senza trovare accordo a interezza”. È la fotografia scattata dall’ultimo rapporto Eurispes e che il presidente dell’Istituto, Gian Maria Fara, restituisce nelle sue considerazioni generali. Proprio come Medardo di Terralba, il Visconte Dimezzato di Italo Calvino, che – ferito in guerra da una cannonata – si ritrova il corpo diviso in due metà. E dalle “dinamiche profonde” del Paese, tra lo spopolamento legato all’inverno demografico e alla fuga dei giovani, e una crescente sfiducia nel futuro e nella maggior parte delle istituzioni, “si ha la sensazione che la realtà abbia corso più veloce di ogni previsione”, osserva Fara.

I rincari pesano sulle famiglie

Tra i dati più significativi che emergono dall’indagine, spicca il giudizio negativo sull’andamento dei prezzi nel corso dell’anno passato che aumenta nell’82% dei casi. I cittadini ritengono che l’aumento dei prezzi si sia attestato oltre l’8% (38,9%), ma sono anche molti a riferire un aumento tra il 3% e l’8% (35,7%). Le categorie dove i rincari sono stati più pesanti sono generi alimentari (93,3%), carburanti (91,2%), pasti fuori casa (83,4%) e viaggi e vacanze (82,2%), ma anche trasporti (75,4%), vestiario e calzature (72,4%), cura della persona (70,9%), spese per la salute come ticket-medicine (68,8%), tecnologia (61,7%), arrendamento e servizi per la casa (61,4%), cinema/spettacoli e attività culturali (61,1%), affitto (60%). Quote più contenute riguardano invece l’acquisto della casa (56,8%), la palestra e lo sport (56,3%) e le spese telefoniche (49,9%). Il pagamento dell’affitto mette in difficoltà il 45,6% delle famiglie che devono affrontare questa spesa, seguono le utenze (28,7%), il mutuo (27,2%) e le spese mediche (25,5%). Ne consegue una quota molto elevata di famiglie che arriva a fine mese, ma con difficoltà (62,1%) e circa un terzo (33,1%, ma erano il 35,4% nel 2025) che usa i risparmi accumulati per poter arrivare alla fine del mese.

Per contenere le spese, vengono rinviati anche acquisti considerati necessari (60,2%), si riducono le uscite fuori casa (54,1%), i viaggi o le vacanze (52,1%), si spende meno per la cura della persona (43,5%), l’aiuto domestico (42,6%), lavori o ristrutturazioni (39,6%). Le rinunce più difficili sono quelle relative alle cure per la salute più elevate nei controlli medici periodici (34,6%; erano il 27,2% nel 2025) e nelle cure odontoiatriche (32,1%; 28,2% nel 2025).

Cala il potere d’acquisto

Intanto, il potere d’acquisto del ceto medio italiano è sceso del 7,5% circa dal 2021: nel 2023 il reddito reale delle famiglie si è ridotto dell’1,6%, mentre i beni essenziali (utenze, cibo, medicine) sono aumentati oltre il tasso d’inflazione. Il 10% più ricco delle famiglie italiane detiene il 59,9% dell’intera ricchezza nazionale mentre la metà più povera ne detiene appena il 7,4%. Nel 2024 la ricchezza dei 71 miliardari italiani è cresciuta di 61,1 miliardi di euro (+166 milioni al giorno), raggiungendo 272,5 miliardi complessivi. Circa il 43% della popolazione italiana non versa l’Irpef: su 42,6 milioni di dichiaranti, 9 milioni (il 21%) presentano un’imposta netta pari a zero. Il 76,87% del gettito Irpef grava su soli 11,6 milioni di contribuenti. E se si prende a riferimento la definizione Ocse di ‘classe media’, ossia che ne fa parte chi guadagna tra 1.877 e 5.006 euro netti al mese, allora la maggior parte delle famiglie italiane – il cui reddito medio è di circa 2.500 euro mensili – si colloca nella parte bassa di questa fascia. Non solo: la ricchezza netta dei nuclei familiari italiani è scesa del 5,5% nel decennio 2014-2024, dato che porta l’Eurispes a segnalare che, di fatto, il ceto medio sopravvive sempre più grazie al patrimonio ereditato dalle generazioni precedenti.

Nascite al palo, pensioni sotto pressione

E mentre la forza del ceto medio a sostegno dell’economia del Paese si affievolisce, si deve fronteggiare un problema di sostenibilità del sistema pensionistico. Le nascite totali sono in costante calo dal 2004, fino al minimo storico registrato nel 2024, con una riduzione del 34% in vent’anni. Il sistema pensionistico italiano è sotto pressione per la convergenza simultanea di più dinamiche che si alimentano a vicenda. La natalità scende, la base contributiva si restringe, i salari reali ristagnano, il lavoro irregolare sottrae risorse al sistema, i giovani più qualificati emigrano portando con sé il capitale umano finanziato con risorse pubbliche. Secondo gli ultimi dati Eurispes, l’Italia perde almeno 34.700 giovani ogni anno: “Un caso unico in Europa”, sottolinea Fara. E se queste dinamiche singolarmente sono “gestibili”, la loro combinazione “produce uno squilibrio strutturale”.

Le proiezioni prefigurano un miglioramento a partire dal 2040, costruito però – osserva l’Istituto – su ipotesi “che i dati attuali faticano a sostenere: crescita della produttività all’1,3% annuo, inversione della natalità, saldo migratorio positivo di 165.000 unità l’anno”. Nel frattempo, le generazioni che contribuiscono, oggi si trovano di fronte a una prospettiva concreta: andare in pensione a 70 anni con un assegno pari a poco più della metà dell’ultima retribuzione. “Sono necessari interventi che agiscano simultaneamente su più fronti: ampliare la base contributiva contrastando il lavoro irregolare, valorizzare i flussi migratori come fattore di stabilizzazione del mercato del lavoro, ridurre le barriere strutturali alla genitorialità, correggere le asimmetrie di genere che sottraggono ogni anno al sistema milioni di giornate lavorate”, si raccomanda nel rapporto.

Adnkronos

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