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I jeans rappresentano la democrazia nella moda. Giorgio Armani

Se dico jeans pensate agli Stati Uniti e a The Boss (al secolo Bruce Springsteen) e co.?

Sbagliato quando si parla di moda il made in Italy per principio assoluto c’entra sempre!

Sapete che jeans e denim sono il nome di due città? Jeans significa “genovese” e denim vuol dire “de Nimes”, cioè prodotto nella cittadina francese di Nimes. Il tessuto blu era il fustagno tipico degli abiti da lavoro dei genovesi. Il primo cenno storico si ha nel XVI secolo, al porto antico di Genova, dove questa tela blu veniva creata e usata per la fabbricazione delle vele delle navi e dei teloni da copertura (resistente, dura e facilmente lavabile quindi perfetta).

Il termine blue jeans deriva probabilmente dalla frase “Blue de Genes” cioè blu di Genova. Pensate che, orgogliosi di questo tessuto, i genovesi lo riprodussero anche in varie opere d’arte, basti ricordare la meravigliosa Deposizione del 1538, oggi al museo Diocesano di Genova, nella quale il Corpo di Cristo viene appunto disteso su un drappo popolare di jeans, o i pastori del presepe settecentesco di Pasquale Navone, tutti abbigliati con tela jeans.

E che dire dei mitici genovesi (così venivano chiamati i jeans) di Giuseppe Garibaldi e di molti partecipanti della spedizione dei Mille? Ma dove aveva conosciuto questa indistruttibile tela il nostro Giuseppe nazionale? Alla Superba, nave genovese presso la quale Garibaldi aveva prestato servizio quando era solo un giovane marinaio. Se vi va di andare a vederli, quei jeans, sono ora esposti a Roma al Museo Centrale del Risorgimento.

Ma, andando al sodo, al nome jeans come si arriva? Semplice è una storpiatura dell’inglese Jeane (antico nome di Genova in inglese, preso dal francese): era il nome scritto sui carichi di fustagno che, a partire dal Cinquecento, arrivavano a Londra dalla repubblica marinara di Genova.

L’uso moderno dei jeans, quello alla Renzo Rosso per intenderci, invece non ha nulla a che spartire con la buona vecchia stoffa popolare, se non per il fatto che, in teoria, sono di un tessuto robusto.

Sarà proprio la consistenza del tessuto a far fiutare l’affare a Levi Strauss che, nel 1853, fondò una società per vendere abbigliamento ai cercatori d’oro (ps non sto parlando di giovani abitanti di Manhattan alla caccia di marito danaroso ma di quelli veri).

Nel 1871 Jacob Davis inventò i rivetti in rame per sostenere le tasche, sempre soggette ad usura.

Dalla società di Levi Strauss e Davis nacque la Levi’s: i suoi capi in jeans divennero il simbolo americano, adottati non solo dai cercatori d’oro ma anche dagli operai della ferrovia transamericana e, infine, dai mitici cowboys. (che dire da Bradd Pitt in ‘Thelma & Louise’ al Clint Eastwood di qualche decennio fa ai cowboys i jeans stanno bene. Punto.)

I blue jeans hanno iniziato a diffondersi durante la seconda guerra mondiale grazie ai soldati americani che li indossavano quando non erano in servizio (e secondo me si sfogavano di brutto lontano dal fronte…le fanciulle apprezzavano…). Poi a metà degli anni 50, la svolta: diventano popolari tra i giovani, come simbolo di ribellione adolescenziale, dopo che James Dean li indossa in Gioventù bruciata (1955).

Ok, ora che sappiamo tutto questo arriviamo al dunque: jeans si o jeans no per un primo colloquio importante? Sì e no: dipende da quanto è ufficiale questo colloquio, da dove lo fai, da quanti anni hai, da come li abbini e, soprattutto dall’aspetto che hanno.

Arriviamo alla regola fondamentale del galateo contemporaneo :

 

‘È IL CONTESTO IL PRIMO ELEMENTO DA CONSIDERARE CHE TI DEVE AIUTARE A SCEGLIERE I VESTITI PER UNA OCCASIONE.’

Per capirci per un colloquio in Diesel probabilmente sono perfetti, se il vostro futuro datore di lavoro potrebbe essere il Magnifico Rettore della Normale di Pisa magari prima di indossarli un pensiero ce lo farei o, almeno, evitate i modelli slavati con i lustrini!

Adesso vi lascio con qualche curiosità:

-All’asta
Il 25 maggio 2001 un’incaricata della Levi’s ha acquistato su eBay un paio di jeans centenari ritrovati in una miniera, per 46.532 dollari. Ne sono state riprodotte 500 copie vendute a 300 dollari l’una!

-L’idea del jeans slavato
Il primo a lavare un nuovo paio di jeans per ottenere l’effetto consumato, ancora oggi di moda, fu Marty Friedman, proprietario di Limbo, un negozio dell’East Village di New York. Sul finire degli anni 60 mandò i jeans nuovi in lavanderia per dargli l’effetto vintage, che tanto piaceva alla sua clientela hippy.

-Perché i jeans scoloriscono così facilmente? È tutta colpa del colore, l’indaco e della sua chimica.

-Il cotone
Da una balla di cotone si ottengono circa 215 paia di jeans. Le coltivazioni di cotone coprono 34 milioni di ettari della superficie della terra e, secondo Ethical Consumer, utilizzano il 25% degli insetticidi del mondo e il 10% dei pesticidi. Produrre jeans dunque, purtroppo, non è sempre sostenibile.

-Questione di peso
Capire se un paio di jeans è più adatto all’estate o ai mesi freddi non è difficile: basta leggere il peso, se indicato, o pesarlo. Se pesa sulle 10 once (280 grammi) è leggero. Se il peso invece va dalle 12 alle 21 once è un denim pesante, più adatto alla stagione invernale.

-Quanto sporco?
Josh Le, studente all’Università di Alberta, ha condotto un esperimento indossando i suoi jeans per 15 mesi senza lavarli, ma tenendoli all’aria aperta solo per tre volte a settimana giusto per togliere via gli odori. Dopo aver contato i batteri presenti sui pantaloni, li ha lavati e ha rifatto l’esperimento dopo 15 giorni.
Risultato? I batteri trovati sui jeans dopo il lavaggio di due settimane, erano cresciuti allo stesso modo che dopo i 15 mesi senza lavaggio. E soprattutto non erano batteri pericolosi, perché come ha spiegato Le: «La maggior parte degli organismi batterici trovati nei jeans provengono dalla persona che li indossa e se non ci sono tagli o abrasioni sulla pelle non ci sono rischi».
Che vuol dire? Bè… sicuramente che possiamo resistere qualche giorno in più prima di lavare i jeans…ma se fossi in voi eviterei di ripetere l’esperimento!

 

Kiss Mrs Fork