Un articolo del Corriere della Sera di Ferruccio De Bortoli, dice che siamo un popolo straordinariamente bravo a risparmiare, molto meno bravo a proteggere ciò che abbiamo messo da parte. È un tratto culturale che ci accompagna da generazioni, quasi un orgoglio nazionale. Eppure oggi, di fronte a un possibile ritorno dell’inflazione e a un rialzo dei tassi, questa virtù rischia di trasformarsi in un punto debole.
Gli italiani hanno accumulato negli anni un patrimonio enorme, circa 11.700 miliardi tra ricchezza finanziaria e immobiliare, racconta De Bortoli nella sua analisi economica. . Eppure, tra il 2021 e il 2024, il valore reale della componente finanziaria si è ridotto del 5%. Non perché i mercati siano andati male, anzi. Ma perché abbiamo preferito lasciare fermi 1.600 miliardi sui conti correnti, fermi mentre il costo della vita cresceva.
È l’immagine di un Paese che risparmia per istinto, ma che fatica a leggere i cambiamenti economici. E che continua a investire poco e male: solo il 15-18% della ricchezza è affidata a gestori professionali, con commissioni più alte della media europea e poca consapevolezza dei rischi reali.
Non è un caso che la questione dell’educazione finanziaria sia tornata centrale. La legge Capitali e la revisione del Tuf insistono su un punto: senza conoscenze di base, le famiglie rischiano di perdere ancora potere d’acquisto. Ma formare i cittadini non è semplice. Non basta fare qualche lezione a scuola. Serve – come osserva il Comitato Edufin – che anche gli operatori del settore assumano un ruolo etico, e smettano di confondere educazione e marketing.
Un’indagine nelle scuole italiane racconta una situazione a metà: oltre il 70% degli istituti ha attivato progetti di educazione finanziaria, ma la disciplina fatica a trovare spazio tra le tante previste, e molti insegnanti non hanno strumenti adeguati. Questo si traduce in famiglie che si muovono nel buio proprio quando dovrebbero essere più lucide.
Chi gestisce grandi patrimoni lo ripete da anni: quasi nessuno si chiede davvero perché risparmia. Per i figli? Per la pensione? Per mantenere lo stile di vita? Senza una risposta chiara, anche le scelte più prudenti rischiano di essere inefficaci.
E poi ci sono i costi nascosti, quelli che ogni patrimonio deve sopportare: l’inflazione reale (più alta per molte famiglie di quanto dica l’Istat), la tassazione sul capital gain, i prelievi dal capitale per integrare il reddito, i costi di gestione. Sommando tutto, mantenere fermo il valore reale dei risparmi può richiedere un rendimento che sfiora il 6% annuo. Non poco, soprattutto se una gran parte della ricchezza resta immobile sui conti.
Oggi molti portafogli italiani continuano a essere sbilanciati verso le obbligazioni, in una proporzione 70-30 che offre poca protezione in caso di inflazione elevata. La storia insegna che, sul lungo periodo, gli investimenti azionari e gli indici globali hanno offerto maggiore stabilità e minore rischio effettivo rispetto alle gestioni attive costose. Ma la paura di sbagliare porta ancora troppe famiglie a preferire la liquidità, il rifugio più intuitivo e più dannoso.
Il punto, come ricorda De Bortoli, è che la ricchezza privata è una delle ultime grandi forze dell’Italia. Proprio per questo è urgente imparare a difenderla meglio. Non con operazioni complesse, ma con più cultura finanziaria, più trasparenza nei servizi, più consapevolezza dei propri obiettivi.
Risparmiare, da solo, non basta più. La vera sfida è far crescere ciò che abbiamo costruito. E smettere di lasciare che l’inflazione, il fisco e la scarsa informazione erodano in silenzio la nostra ricchezza più preziosa.
di Redazione AltovicentinOnline
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