Venezia, luglio 2021: mentre la 44ª sessione del Comitato del Patrimonio Mondiale dell’UNESCO si riuniva a Fuzhou, la città lagunare rischiava concretamente di finire nella Lista dei siti in pericolo. Nei documenti preparatori il paragrafo critico era già nero su bianco: mancava solo il voto del Comitato perché Venezia diventasse il 54° sito al mondo inserito nella lista più temuta, quella che accoglie luoghi devastati da guerra, incuria, instabilità politica o gravi minacce ambientali.
Le pressioni sul dossier erano altissime. Le grandi navi, l’erosione della laguna, l’acqua alta e il turismo incontrollato rappresentavano da anni nodi irrisolti. Eppure non erano questi gli elementi più contestati. La critica più severa riguardava la governance: l’UNESCO sottolineava la “mancanza di una visione strategica comune” e la “scarsa coordinazione tra le istituzioni italiane”, un giudizio pesante che fotografava lo sfilacciamento decisionale intorno alla tutela della città.
In quel contesto, l’Italia non aveva voce in capitolo: non essendo membro del Comitato, non poteva intervenire direttamente nella votazione. Il destino di Venezia era nelle mani degli altri Paesi.
Durante la sessione, però, un gruppo di Stati, tra cui l’Etiopia, propose un emendamento tecnico per modificare la bozza che avrebbe spinto Venezia verso la lista nera. L’iniziativa, frutto della dinamica diplomatica interna al Comitato, ebbe effetto: l’emendamento passò e il paragrafo più duro venne attenuato. Il dossier venne aggiornato, la città non fu inserita tra i siti in pericolo e la decisione venne rimandata agli anni successivi, con l’impegno di monitorare da vicino la situazione.
Il risultato non fu il frutto di un singolo gesto eroico, ma di una combinazione di procedure, alleanze e negoziazioni. Resta però un fatto: in quella seduta, Venezia fu “salvata” da un voto esterno, non dal governo italiano, che si trovò a ricevere una sorta di ammonizione internazionale sulla propria capacità di gestire uno dei patrimoni culturali più complessi e fragili al mondo.
Il paradosso è che la città simbolo della bellezza italiana venne sottratta alla lista del pericolo grazie al lavoro diplomatico di altri Paesi. Un monito, più che un sollievo, che ancora oggi pesa sul dibattito attorno alla tutela della Laguna.
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