Otto femminicidi in sei mesi? Il dato, letto senza spiegazioni, potrebbe far pensare a un crollo della violenza mortale contro le donne in Italia. Ma la realtà è più complessa. E proprio nella distanza tra i numeri ufficiali e le diverse rilevazioni si apre uno spazio che sui social viene spesso utilizzato per negare, minimizzare o ridimensionare un dramma che dovrebbe riguardare l’intera società. Un’inchiesta del Corriere della Sera ha approfondito le differenze tra le statistiche sui femminicidi, mettendo in luce un problema fondamentale: non tutti i dati misurano lo stesso fenomeno.

Nel primo semestre del 2026, secondo il report del Ministero dell’Interno citato nell’inchiesta, sono stati registrati otto procedimenti per la nuova fattispecie di reato di femminicidio. Nello stesso periodo, però, le donne uccise in ambito familiare-affettivo sono state 34. Il confronto con i 35 casi registrati nel primo semestre del 2025 mostra quindi una situazione ben diversa da quella suggerita dal solo dato degli otto procedimenti.

La spiegazione è giuridica: il numero più basso riguarda i casi classificati secondo la nuova fattispecie penale, mentre gli altri omicidi possono essere ancora inquadrati come omicidi volontari. Le indagini e le valutazioni giudiziarie possono inoltre modificare la qualificazione dei fatti.

Come sottolinea l’inchiesta del Corriere della Sera, anche le rilevazioni dell’Istat e quelle degli osservatori indipendenti seguono criteri differenti. Alcuni monitoraggi considerano il contesto e la relazione tra vittima e autore; altri raccolgono anche casi che le statistiche giudiziarie non includono nella stessa categoria.

Il risultato è un quadro frammentato, nel quale manca ancora una banca dati pubblica completa e integrata capace di restituire una fotografia condivisa del fenomeno.

Il terreno fertile per chi nega la violenza

È proprio in questa confusione che si inserisce la comunicazione di una parte della galassia negazionista presente sui social. Account, influencer e pagine antifemministe utilizzano il dato degli otto procedimenti per sostenere che l’allarme sui femminicidi sarebbe esagerato, alimentato dai media o funzionale a una determinata narrazione.

Un ragionamento che confonde deliberatamente, o per superficialità, una classificazione giudiziaria con il numero delle donne uccise.

La differenza non è un dettaglio tecnico: contare soltanto i procedimenti iscritti sotto una specifica fattispecie penale non significa contare tutte le donne vittime di omicidio. Trasformare quel numero in una prova del ridimensionamento del fenomeno significa ignorare ciò che il dato misura realmente.

A rendere ancora più preoccupante il quadro è il tono spesso aggressivo con cui queste posizioni vengono diffuse online. Commenti denigratori, attacchi a chi denuncia la violenza di genere e accuse di propaganda finiscono per spostare il dibattito dalla comprensione dei fatti alla delegittimazione di chi cerca di raccontarli.

Il confronto sui dati è legittimo e necessario. Negare le differenze tra le rilevazioni, invece, non aiuta a capire la realtà: rischia di alimentare disinformazione e di rendere ancora più difficile riconoscere la dimensione del problema.

L’inchiesta del Corriere della Sera richiama anche una questione rimasta aperta: l’attuazione della legge 53 del 2022, che prevede un sistema di raccolta e integrazione dei dati sulla violenza di genere. La mancanza di informazioni coordinate rende più difficile individuare le situazioni a rischio, valutare l’efficacia degli interventi e comprendere quanti casi siano preceduti da denunce, richieste d’aiuto o altri segnali di violenza.

Non si tratta soltanto di una questione statistica. Dietro ogni numero ci sono una donna che ha perso la vita, familiari segnati da una perdita irreparabile e, in molti casi, figli rimasti senza madre.

Per questo la discussione non dovrebbe trasformarsi in una gara a dimostrare che il problema è più piccolo di quanto si racconti. La priorità dovrebbe essere capire dove si annidano i rischi, perché gli strumenti di protezione talvolta non funzionano e come impedire che la violenza arrivi al suo esito più estremo.

I dati possono essere discussi, verificati e migliorati. Le vite perdute, però, non possono diventare strumenti di propaganda. In una società che voglia definirsi civile, la violenza contro le donne dovrebbe suscitare indignazione, responsabilità e impegno comune, non campagne di scherno o tentativi di cancellare il problema dal dibattito pubblico.

Conoscere la realtà è il primo passo per cambiarla. E rendere disponibili dati chiari, completi e confrontabili è indispensabile perché la prevenzione non resti soltanto una dichiarazione d’intenti.

di redazione AltovicentinOnline

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