Una politica che comunica tutto, promette molto e risolve troppo poco. È questa, nella sintesi di Fabio Bui, 61 anni, ex Presidente della Provincia di Padova e già Sindaco del Comune di Loreggia, fotografa un sistema che avrebbe progressivamente sostituito la capacità di progettare il futuro con la necessità di occupare quotidianamente la scena. Il post sui social ha preso il posto della riforma, il sondaggio ha sostituito la prospettiva, l’annuncio rischia di valere più del risultato.
Bui parte da una frase di Alcide De Gasperi , «Un politico guarda alle prossime elezioni, uno statista guarda alle prossime generazioni» , per aprire una riflessione sul rapporto tra politica, consenso e responsabilità. Una riflessione che tocca questioni concrete: sanità, lavoro, demografia, energia, servizi pubblici e partecipazione democratica.
Bui, lei parla di una “politica della vetrina”. Che cosa intende?
«Una politica sempre più concentrata sulla propria rappresentazione. Oggi sembra che l’efficacia di un’azione politica venga misurata sulla velocità con cui riesce a diventare un post, una dichiarazione, un titolo di giornale o una risposta a un sondaggio. Il problema è che governare significa affrontare problemi molto più complessi e avere una prospettiva che non può esaurirsi nel consenso del momento».
È anche una critica alla politica dei social?
«I social sono uno strumento e non sono il problema in sé. Il problema nasce quando lo strumento diventa il criterio con cui si stabiliscono le priorità. Se l’agenda politica viene dettata dal tema che quel giorno genera più reazioni, si perde inevitabilmente la capacità di programmare».
Lei guarda anche alla Prima Repubblica. Un periodo che oggi viene spesso considerato negativamente.
«Non ho alcuna intenzione di idealizzare la Prima Repubblica. Ha avuto limiti enormi. Ma sarebbe sbagliato cancellarne anche ciò che funzionava. In quella stagione la politica veniva misurata anche sulla capacità di realizzare riforme, infrastrutture e scelte destinate a produrre effetti nel tempo. Poi abbiamo assistito alla rottamazione di quella classe dirigente: sono state cancellate alcune virtù, ma non necessariamente i vizi».
Che cosa abbiamo perso?
«La capacità di ragionare sul lungo periodo. Oggi una riforma i cui risultati si vedranno tra dieci anni è politicamente meno conveniente di un intervento che produce consenso domani mattina. Ma sanità, previdenza, demografia, lavoro ed energia non seguono i tempi di una campagna elettorale».
Quindi il consenso immediato condiziona le scelte?
«È difficile negarlo. Se un politico sa che dovrà essere giudicato tra pochi mesi, sarà naturalmente portato a privilegiare ciò che può essere percepito subito. Ma così si rischia di trasformare la politica in una successione di interventi tampone. Si rinvia il problema invece di risolverlo».
E qui entra in gioco quella che lei definisce “politica delle leggi-esca”.
«In alcuni casi vediamo provvedimenti costruiti soprattutto per comunicare un messaggio. Vengono annunciati, occupano per qualche giorno il dibattito pubblico e poi, quando arriva il momento di applicarli concretamente, emergono tutti i problemi. Una legge dovrebbe essere pensata innanzitutto per funzionare, non per produrre un titolo sui giornali».
Qual è il problema più grande di questo approccio?
«Che i problemi veri non scompaiono perché smettono di essere sui social. La sanità continua ad avere bisogno di risposte, il problema demografico non si risolve con un annuncio, il costo dell’energia non viene abbassato da una campagna di comunicazione. Ci sono questioni che richiedono investimenti, continuità amministrativa e soprattutto decisioni che possono produrre risultati anche dopo che chi le ha assunte non sarà più al governo».
Secondo lei la politica ha perso anche la capacità di costruire mediazioni?
«Sì. La ricerca del consenso porta spesso a costruire un avversario. È molto più semplice mobilitare il proprio elettorato contro qualcuno che spiegare un problema complesso e chiedere sacrifici condivisi. Ma una democrazia funziona anche attraverso la capacità di trovare punti di convergenza sui grandi temi».
Pensa alla transizione energetica o alla sostenibilità del sistema previdenziale?
«Esattamente. Sono temi sui quali non esistono soluzioni semplici e indolori. Richiedono scelte e, in alcuni casi, sacrifici. Se ogni sacrificio viene immediatamente trasformato in una battaglia politica, diventa quasi impossibile costruire una strategia nazionale che duri nel tempo».
E i cittadini come reagiscono?
«Con il distacco. Quando una persona vede che la politica discute continuamente ma i problemi della sua vita quotidiana rimangono gli stessi, può arrivare alla conclusione che il voto non serva a cambiare le cose».
È qui che si alimenta l’astensionismo?
«Credo che sia uno dei fattori. Il rischio è di entrare in un circolo vizioso: meno persone partecipano, più la politica si concentra su gruppi di elettori molto motivati e organizzati. E più si restringe il campo della partecipazione, più aumenta la distanza dall’interesse generale».
Che cosa dovrebbe fare, allora, una classe dirigente?
«Dovrebbe tornare a porsi degli obiettivi. Non soltanto dire cosa farà domani, ma chiedersi dove vuole portare il Paese tra cinque, dieci o vent’anni. La politica deve tornare ad avere una visione».
Ma la visione da sola non basta.
«Certamente no. La visione deve tradursi in decisioni, investimenti e responsabilità. Ma senza una visione anche le decisioni rischiano di essere casuali e scollegate tra loro. È questo il punto: non servono soltanto amministratori capaci di gestire l’esistente, servono classi dirigenti capaci di immaginare ciò che ancora non c’è».
In definitiva, qual è la sua accusa alla politica di oggi?
«Di essere diventata troppo brava ad allestire la vetrina. Ma mentre discutiamo di come appare la vetrina, dietro continuano ad accumularsi i problemi. La politica dovrebbe avere il coraggio di occuparsi anche di ciò che non porta consenso immediato. Perché governare non significa soltanto vincere la prossima elezione: significa assumersi la responsabilità del futuro».
di redazione AltovicentinOnline
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